L’impatto delle politiche neoliberiste in Russia dopo il crollo dell’Unione Sovietica

da | Gen 15, 2012 | Eurasia |

Abstract

A vent’anni dal collasso dell’Unione Sovietica, al di là dei discorsi retorici sulla libertà, sulla democrazia e sulla validità del mercato.. qual’è l’effettiva situazione che si cela dietro tale evento? Cosa accadde realmente al popolo russo in quegli anni all’impatto con le politiche neoliberiste? Autorevoli analisi di tale cambiamento parlano di costi sociali di tremende proporzioni. L’idea che le libertà individuali siano garantite dalla libertà di mercato, rappresenta un aspetto fondamentale del pensiero neoliberista, fulcro dell’ideologia con la quale gli Stati Uniti non solo guardano, ma cercano di imporre (oggi palesemente anche con la forza) al resto del mondo.

Il 26 dicembre 1991 veniva ammainata la bandiera sovietica dal Cremlino, fatto che decretò la fine, dell’Unione Sovietica. Un processo di disgregazione già iniziato un paio di anni prima con la Caduta del Muro di Berlino. Era il 9 novembre 1989, tale avvenimento assunse fin dall’inizio un valore simbolico enorme. In riferimento a tale data si parlò di fine del “Secolo Breve” [i] (Eric J. Hobsbawm), addirittura, di “Fine della Storia”[ii] (Francis Fukuyama). Ma cosa causò nell’immediato tale evento? Fame, povertà, disperazione e soprattutto delusione nella maggior parte dell’Est europeo e nell’ex Unione Sovietica.

Secondo uno studio condotto dall’Università di Oxford, e pubblicato da una delle più autorevoli riviste mediche internazionale: “The Lancet”, realizzato da David Stuckler, sociologo dell’Oxford University, da Lawrence King, della Cambridge University e da Martin Mckee, della London School of Hygiene and Tropical Medicine è stato dimostrato che a causa delle politiche di privatizzazione di massa condotte nei Paesi dell’Est europeo dopo il crollo del comunismo, tra glia anni ‘91 – ‘94 morirono circa un milione di persone[iii].

La tremenda cifra, può essere direttamente associata a un preciso atto politico: è la trasposizione di quel 12,8 % di aumento della mortalità che lo studio su Lancet ci mostra essere direttamente legato, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, all’aumento della disoccupazione dovuta all’applicazione ortodossa delle politiche neoliberiste. I tre studiosi sono arrivati a tale cifra attraverso elaborati calcoli matematici basati sui dati demografici dell’Unicef dal 1989 al 2002. In riferimento allo stesso periodo l’agenzia Onu per lo sviluppo, l’Undp, nel ‘99, arrivò a calcolare una cifra ben più gravosa: 10 milioni di persone scomparse, la stessa Unicef parlò di 3 milioni di vittime[iv].

Come sostiene David Harvey: la neoliberalizzazione va interpretata innanzitutto come un progetto utopico finalizzato a una riorganizzazione del capitalismo internazionale, oltre che a un progetto politico per restaurare le condizioni necessarie all’accumulazione di capitale e, come nel caso della Russia, a creare il potere di una nuova élite politico-economica[v].

L’utopismo teorico delle argomentazioni neoliberiste funziona in primo luogo come sistema di giustificazione e legittimazione di tutto ciò che dovrebbe servire per arrivare allo scopo prefissato, ma è provata l’esistenza di una significativa tensione tra “teoria” e “prassi” effettiva nella neoliberalizzazione. In effetti quando i principi neoliberisti si scontrano con la necessità di ripristinare o creare élite dominanti, vengono abbandonati o deformati al punto da risultare irriconoscibili[vi].

Il rapporto fra privatizzazioni accelerate e disoccupazione è ben noto: l’arrivo dei privati con la loro logica del profitto alla guida di aziende precedentemente statali, ha inesorabilmente determinato licenziamenti in massa di lavoratori che in un contesto economico di crisi aggravata, ha reso difficile se non addirittura improbabile, soprattutto per chi non più giovane, la possibilità di trovare una nuova occupazione.

Va sottolineato come il lavoro “a vita” in aziende statali, fosse nei paesi dell’Est europeo, fino al crollo dell’Unione Sovietica, una condizione esistenziale di tipo “globale”. Quando c’era il comunismo, tutti avevano un lavoro a vita, una casa, l’assistenza sanitaria gratuita, un’immagine sociale, addirittura le vacanze pagate.. perdere il lavoro, significava perdere tutto, improvvisamente. In Unione Sovietica esisteva tutta un’iconografia legata al lavoro: giubilanti eroi ed eroine del lavoro, “lavoratori d’assalto”, stakanovisti… con un’ampia correlata serie di ordini e decorazioni.

Lo stesso simbolo della falce e martello riportato sulla bandiera dell’Unione Sovietica, emblema classico di tutti i partiti comunisti, rappresenta per l’appunto il lavoro. Ancor oggi in Russia una valutazione di tali cambiamenti suscita un acceso dibattito. Nel Paese esistono ampi gruppi di popolazione che si sono sentiti ingannati da tali riforme, soprattutto la parte più attempata: pensionati, veterani, militari a riposo[vii]. Le politiche neoliberiste sostengono che la disoccupazione è sempre volontaria. La forza lavoro avrebbe infatti un prezzo minimo al di sotto del quale preferirebbe non lavorare. Secondo tale teoria la disoccupazione sarebbe quindi generata da un prezzo minimo del lavoro troppo elevato, tale prezzo è ampiamente determinato dai sussidi dello stato sociale[viii].

Il trauma psicologico di tale perdita, in paesi dove specialmente tra la popolazione maschile, il fumo e l’alcol rappresentavano e rappresentano dannosi stili di vita largamente diffusi, ha generato un reale crollo fisico, soprattutto tra le fasce più deboli della popolazione. Se a questo infelice scenario aggiungiamo inoltre altri due effetti tipici delle politiche neoliberiste: il collasso dello stato sociale con le rispettive strutture sanitarie gratuite e l’immediato aumento del prezzo dei farmaci, allora, non è difficile immaginarne le conseguenze. Il venir meno di tutte queste condizioni ha di fatto provocato un’impennata di mortalità e una diminuzione dell’aspettativa di vita, che in Russia, tra il 1991 e il 1994, si è ridotta di 5 anni.

Dal 1992, per la prima volta nel dopoguerra le statistiche sanitarie iniziarono a registrare un aumento dei morti per malattie infettive. Negli orfanotrofi e negli asili i bambini si ammalavano delle tipiche malattie del tempo di guerra: scabbia e pidocchi. Ma le vittime non furono solo per malattia; le cifre dei morti per cause non naturali relative al 1994 drammaticamente indicano anche una situazione caratterizzata da grande violenza: 47.870 persone uccise (escluse le vittime degli scontri etnici), oltre che a un considerevole numero di suicidi: 61.886.[ix]

In quegli anni, nelle grandi città e soprattutto a Mosca, si sviluppò una terribile ondata di crimini legati al possesso e alla vendita degli appartamenti, una vera e propria guerra senza limiti e senza pietà che verso la fine del 1995 contava già decine di migliaia di morti assassinati. La vittima tipo era di solito una persona anziana con una pensione misera, con pochi parenti e amici (scomparendo non sarebbe stata cercata), spesso un alcolizzato, un poveraccio, un solitario. La sua ricchezza, ma anche la sua sciagura era di essere venuto in possesso dell’appartamento in cui viveva ai tempi dell’Unione Sovietica, non importa se maleodorante, cadente e sporco, sarebbe poi stato ristrutturato dai nuovi compratori, in una Mosca dove il mercato immobiliare stava letteralmente salendo alle stelle: 1.000 dollari/mq nel ‘94, almeno il doppio nel ‘95. Mosca andava vertiginosamente trasformandosi in una grande vetrina: nuovi alberghi da centinaia di dollari a notte, negozi di lusso, casinò, centri commerciali.[x]

Secondo i dati riportati da Andrej Konstantinov[xi] nel suo libro «Il mondo criminale della Russia» (Prestupnyj mir Russii), dal 1992 a tutto il 1994 nella sola Mosca risultarono scomparsi 28.000 neo-proprietari di casa [xii]. Lo stato neoliberista coerentemente alla sua logica è contrario a ogni forma di solidarietà sociale che limiti l’accumulazione di capitale, inoltre sindacati indipendenti o altri movimenti sociali andrebbero ridimensionati o soppressi nel nome della “libertà” singola del lavoratore.

La parola d’ordine nel mercato del lavoro è “flessibilità” in altre parole: salari più bassi, crescente insicurezza, in molti casi anche perdita dei benefici e di ogni garanzia a tutela del posto di lavoro. La rete della protezione sociale viene ridotta al minimo in favore di un sistema che invece da grande risalto alla responsabilità individuale. Nella teoria neoliberista l’insuccesso personale viene generalmente attribuito a incapacità personali, paradossalmente è proprio la vittima di questo sistema a essere criticata[xiii].

Il neoliberismo in Russia: si trattava di un nuovo esperimento, i cui precedenti in origine furono già imposti al Cile, sotto la minaccia delle armi, dall’allora dittatore golpista Augusto Pinochet consigliato da un gruppo di spregiudicati economisti noti come i “Chicago Boys”[xiv] (in virtù della loro adesione alle teorie neoliberiste di Milton Fridman). Per l’applicazione post-sovietica di questo esperimento, l’idea era quella di dare alle banche occidentali, agli investitori finanziari e verosimilmente agli economisti del “libero mercato” carta bianca nella maggior parte dei paesi ex- sovietici al fine di “progettare” intere economie. Progetti che nessun governo democratico occidentale avrebbe mai approvato per sé stesso. L’economia neoliberista non rappresentò certo la strada intrapresa dall’Europa occidentale dopo la seconda guerra mondiale.

Le aziende pubbliche furono distribuite ad individui fidati per essere vendute rapidamente ad investitori occidentali e ad oligarchie locali che successivamente trasferirono in modo sicuro i propri guadagni in paradisi fiscali offshore. Il passaggio fu così rapido e imprevisto che spesso i lavoratori non sapevano nemmeno che le fabbriche in cui si recavano a lavorare erano state vendute, come nemmeno sapevano in che modo e a chi. Lo stato comunista fu semplicemente rimpiazzato da uno Stato corporativo. A beneficiare di questo cambiamento oltre a un ristretto gruppo di russi, spesso ex dirigenti del partito comunista, ci furono anche manager occidentali che realizzarono impressionanti guadagni investendo in aziende russe appena privatizzate.

L’allora presidente della Russia Boris El’cin[xv] con il suo gruppo di consiglieri, non permisero però alle multinazionali straniere di acquistare direttamente aziende russe. Le aziende venivano vendute ai connazionali, una volta privatizzate potevano essere fruibili agli azionisti stranieri. Gli utili furono comunque colossali. Si formò una ristretta classe di neomiliardari russi, i cosiddetti “oligarchi” che spogliarono il Paese di quasi tutte le sue risorse, spostando poi all’estero gli enormi profitti[xvi].

Per citare alcuni esempi: «la Norilsk Nickel, che produceva un quinto del nickel mondiale, fu venduta per 170 milioni di dollari, anche se i suoi profitti raggiunsero presto gli 1,5 miliardi di dollari annui. L’enorme compagnia petrolifera Yukos, fu venduta per 309 milioni di dollari; ora guadagna più di 3 miliardi l’anno. Il 51% del gigante petrolifero Sidanko costava 130 milioni di dollari, appena due anni dopo quella percentuale sarebbe stata valutata sul mercato internazionale a 2,8 miliardi di dollari»[xvii]. In riferimento a questo “esperimento” applicato in Russia subito dopo il crollo dell’Unione Sovietica, la giornalista canadese Naomi Klain parla di «Shock Economy» (un termine che sarebbe presto entrato anche nel vocabolario economico russo come “Šokovaja terapija”[xviii]), vale a dire di una politica economica talmente radicale e incisiva da potersi realizzare solo su una società preventivamente stordita e messa sottoshock[xix].

L’abolizione dell’Unione Sovietica nel dicembre del 1991 fu uno shock potentissimo per la maggior parte della popolazione russa, anche da un punto di vista psichico. Quello fu il primo dei tre devastanti shock che avrebbero colpito il paese in quegli anni. Nell’agosto dello stesso anno, in una situazione di grande confusione, durante un tentativo di contrasto al processo di democratizzazione già intrapreso dal presidente Michail Gorbačëv: la cosiddetta “perestrojka” (ristrutturazione), un gruppo di comunisti della vecchia guardia arrivarono a bordo di carri armati davanti alla sede del parlamento a Mosca. Fu in quel momento che Boris Eltsin (dal 1990 già presidente della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa) salendo su un carro armato e arringando la folla, denunciò l’attacco al parlamento, imponendosi, in tal modo, come coraggioso difensore della neodemocrazia e contemporaneamente acquisendo quella visibilità che gli avrebbe presto permesso di arrivare ai vertici del potere.

Quattro mesi dopo, l’8 dicembre 1991, vicino a Minsk, nel bosco di Belovež’e, con un’abile e imprevista mossa politica Boris Eltsin incontrò Leonid M. Kravčuk e Stanislaŭ S. Šuškevič, rispettivi presidenti di Ucraina e Bielorussia. L’esito dell’incontro fu la sottoscrizione di un atto che dichiarava dissolta l’Unione Sovietica (non ha caso nelle sue memorie Gorbačëv parla di «Complotto di Belovež’e»[xx], in quanto tale documento lo obbligava di fatto alle dimissioni di Presidente dell’Unione Sovietica). Con le dimissioni di Gorbačëv il 25 dicembre del 1991 e l’immediato scioglimento della Unione Sovietica il potere passò direttamente nelle mani di Boris Eltsin.

Immediatamente Eltsin chiese e ottenne dal parlamento poteri speciali per un anno, ossia, il potere di legiferare per decreto anziché di governare attraverso la consultazione parlamentare. Un tipo di potere esecutivo di cui godono soprattutto i dittatori. Un anno di tempo con poteri assoluti per rifare l’economia russa. Prontamente si circondò di un team di giovani economisti russi come Egor Gajdar e Anatolij Čubajs talmente devoti ammiratori di Milton Fridman da essere soprannominati dalla stampa russa i “Chicago Boys russi”, per non parlare della schiera di “consiglieri” occidentali come Jeffrey Sachs o Anders Aslund[xxi]. Capo del team era Egor Gajdar (scomparso nel dicembre del 2009), che Eltsin, elevandolo dal suo precedente incarico di ministro delle Finanze, nominò addirittura vice primo ministro al fine di agevolare il sua impegno nelle riforme economiche[xxii]. Il nucleo della “squadra Gajdar” [xxiii] era composto oltre che da Anatolij Čubajs, da Petr Aven, Aleksej Golovkov, Andrj Nečaev.

I riformatori attivarono senza indugio il secondo dei tre shock: la liberalizzazione dei prezzi e la prima fase di privatizzazione delle 225.000 compagnie statali russe. Il Paese fu letteralmente colto dalla sorpresa, ma la tale sorpresa era voluta e faceva parte della strategia di Egor Gajdar, che al fine di rendere impossibile ogni resistenza, appositamente introdusse il cambiamento in maniera tanto fulminea quanto fino ad allora impensabile[xxiv].

Ecco riportate alcune celebri dichiarazioni dello stesso Gajdar:

«La pace uscirà dalla crisi più grave. La crisi – Questo è un meccanismo di purificazione dalle debolezze dell’economia», 20 ottobre 2008.

«Quando il governo perde la possibilità di fare quello che vuole, ecco in quel momento – strategicamente, storicamente – comincia un’accelerazione senza precedenti di crescita economica», 19 luglio 2006.

«La morale e l’efficienza della politica?.. A mio parere, nella maggior parte dei casi le politiche moralistiche sono inefficaci», 26 Febbraio 2007[xxv].

L’economista Joseph Stiglitz, a quel tempo a capo della Banca Mondiale, arrivò a definire gli shockterapisti russi “bolscevichi del mercato” per la passione “rivoluzionaria” che dimostravano nel voler cambiare la Russia, per il furore ideologico con il quale guidavano le privatizzazioni.

Dopo solo un anno di “shock terapia” nel paese la situazione era devastante: col crollo del rublo milioni di russi persero tutti i loro risparmi di una vita, contemporaneamente gli improvvisi tagli ai sussidi tolsero loro anche lo stipendio o la pensione[xxvi].

Ma come riuscì a sopravvivere a quegli anni il popolo russo? L’immagine più sconcertante e forse più emblematica della tragedia russa di allora, oltre agli accattoni o agli handicappati che numerosi elemosinavano agli angoli delle strade (scene di certo inedite nelle città ex-sovietiche, ma ben note agli occhi di chi viaggia nei paesi del cosiddetto terzo mondo, come pure nei sobborghi degradati delle grandi città occidentali), era la fila di babushkie (vecchiette) dall’aspetto trascurato che alle fermate del metrò o nelle stazioni, cercavano di vendere, per qualche rublo, miseri prodotti o addirittura oggetti di famiglia. La maggior parte di loro erano pensionate, ex-insegnanti.. una testimonianza sconvolgente, sia della dissoluzione violenta di un sistema di valori, come di una spietata lotta alla sopravvivenza che imponeva spesso, per la ricerca di qualche spicciolo, l’umiliazione personale, l’abbandono di una posizione consolidata e di una filosofia di vita.

Atti disperati che i Chicago Boys elogiarono come una nuova  “coscienza imprenditoriale” che si stava generando e diffondendo tra la popolazione. Tra le studentesse russe in età adolescenziale la professione di maggior prestigio, secondo un’indagine che a quel tempo fece clamore, risultò essere quella della prostitutka[xxvii]. Per molte ragazze, a quei tempi, divenne il mestiere più redditizio e conveniente. Tutti esempi che se presi insieme indicavano i sintomi non soltanto di una grave crisi sociale, ma di un malessere di uno smarrimento culturale pervasivo e profondo.

Si è voluto sostenere, per giustificare tali riforme, che una crescente disuguaglianza sociale era condizione necessaria per incoraggiare quel rischio imprenditoriale e quell’innovazione che potevano accrescere la forza competitiva e stimolare la crescita. Ma se si va a riflettere sul neoliberismo, si nota una disparità sempre più crescente tra gli scopi pubblici dichiarati (il benessere per tutti) e i suoi effetti (la restaurazione del potere di classe). Si mettono al primo posto le virtù della competizione, ma la realtà è invece il crescente consolidamento del potere oligopolistico, monopolistico, transnazionale all’interno di poche grandi aziende multinazionali[xxviii]. Il problema che la squadra di governo si trovò però ben presto ad affrontare era la possibilità che la democrazia (quella “autentica” espressa dal parlamento nonostante i decreti del governo) potesse ostacolare i loro progetti.

In effetti, i teorici del neoliberismo nutrono un profondo scetticismo nei confronti della democrazia. Il governo basato sulla regola della maggioranza e sul voto parlamentare è visto come una minaccia potenziale ai diritti e alle libertà individuali. La democrazia è considerata un lusso possibile solo in condizioni di relativa ricchezza, laddove esiste una forte classe media in grado di garantire la stabilità politica[xxix].

Il malcontento e la delusione non tardarono a prendere forma. Ad un anno dai poteri speciali attribuiti a Eltsin, il parlamento ritenne fosse giunto il momento di ridimensionare il potere sia al presidente che ai suoi collaboratori. Nel dicembre del 1992, agendo in conformità col suo mandato, il paralamento votò per scalzare Gajdar, come, nel marzo del 1993, votò per revocare i poteri speciali a Eltsin, che immediatamente reagì denunciando un “ammutinamento” del parlamento[xxx].

L’Occidente, continuò ad appoggiare Eltsin, in un articolo pubblicato in quel periodo sul New York Times il presidente americano Bill Clinton lo accreditò come: «uomo veramente coraggioso, davvero impegnato per la libertà e la democrazia, sinceramente impegnato verso le riforme»[xxxi]. Il parlamento venne invece accusato di essere un organo “antidemocratico” composto da intransigenti comunisti. La crisi che ormai da mesi perdurava tra presidente e parlamento precipitò quando Eltsin, il 21 settembre 1993 firmò l’ukaz (decreto) n. 1400 con cui dichiarava abolita la costituzione e sciolto il parlamento[xxxii].

La vicenda si stava avviando ad un epilogo sanguinoso: il terzo shock traumatico. Il 3 ottobre un folla di sostenitori del parlamento in marcia verso la torre televisiva Ostankino venne attaccata dalle truppe fedeli al presidente che trucidarono un centinaio di manifestanti. La mattina del 4 ottobre Eltsin ordinò alle sue truppe di accerchiare e bombardare il parlamento, dove al suo interno si trovavano asserragliati il vicepresidente Alexandr Ruskoj e Ruslan Chasbulatov (lo stesso edificio che 2 anni prima, balzando su un carro armato e incitando la folla, Eltsin assicurò di difendere per amor della democrazia).

Al di là delle cifre ufficiali nessuno poté mai quantificare il numero esatto di vittime provocate da questa azione militare. Nonostante la gravità dei fatti, l’operazione ricevette il plauso e il sostegno dell’Occidente, in testa gli Stati Uniti. Il giorno dell’assalto il Washington Post pubblicava un articolo intitolato: «Clinton conferma saldo supporto; Eltsin usa la forza contro i nemici»[xxxiii], il giorno dopo sempre il Washington Post in ferimento alla crisi russa intitolava un suo articolo: «Vittoria per la Democrazia»[xxxiv].

Il governo di Eltsin, fu sempre visto dall’Occidente come parte di un processo di transizione alla democrazia. Tale opinione cambierà solo quando, alla successione di Eltsin, il nuovo presidente Vladimir Putin inizierà un’energica politica di  ristatalizzazione delle proprietà in mano ai diversi oligarchi e di ristrutturazione di una Russia sempre più forte geopoliticamente, e sempre meno subordinata all’Occidente.

Il programma economico della presidenza Eltsin, nonostante i suoi terribili effetti, fu sempre eufemisticamente descritto dall’Occidente, come “riforma”; chiunque metteva in dubbio la bontà dei “riformatori” veniva liquidato come “nostalgico stalinista”. Solo quando divenne impossibile nascondere il fallimento della “riforma” neoliberista, si iniziò a dire che probabilmente i russi non erano ancora pronti alla “vera democrazia” a causa della loro lunga tradizione a forme di autoritarismo[xxxv].

Nel 1998 oltre l’80% delle aziende agricole russe erano in bancarotta, circa 70.000 fabbriche statali avevano chiuso generando una grande disoccupazione. Se nel 1989, nell’attuale Federazione Russa, 2 milioni di persone vivevano in povertà, a metà degli anni ‘90, secondo le stime della Banca Mondiale, a vivere sotto la soglia della povertà c’erano già 14 milioni di russi. In altre parole, le riforme economiche neoliberiste portarono alla povertà 72 milioni di russi in solo 8 anni. Nel 1996  quasi 37 milioni di persone (il 25% della popolazione) vivevano in una povertà definita “disperata”.

Per quanto fosse misera la vita sotto il comunismo, tutti avevano però un tetto sulla testa. Nel 2006 il governo ammise che in Russia 715.000 bambini erano dei senzatetto, l’Unicef parlò invece di 3 milioni e mezzo di bambini. Durante l’Unione Sovietica il diffuso alcolismo veniva considerato in Occidente come una inequivocabile prova della durezza del comunismo. Col capitalismo i russi bevevano il doppio di prima[xxxvi]. Di tale catastrofe economica e sociale andrebbero individuate precise responsabilità individuali. La scelta di privatizzare l’intero sistema produttivo russo senza preliminari, senza esperimenti-pilota, senza nessun tipo di ammortizzatore sociale, non è stata un fenomeno “naturale”. Ma ci sono persone che hanno consapevolmente agito, voluto e imposto tali decisioni politico-economiche: senza dubbio l’allora presidente Boris Eltsin, ma ancor più di lui, che forse non riuscì a capire a fondo l’amara portata delle sue scelte, tutti quegli economisti sedotti dal neoliberismo come Egor Gajdar e Anatolij Čubajs, oltre che ai vari “consiglieri” occidentali come Jeffrey Sachs o Anders Aslund. Buona parte delle responsabilità dovrebbero coinvolgere tutti quei leader occidentali, primo tra tutti il presidente americano Bill Clinton, che allora sostennero Eltsin a patto che continuasse le sue politiche di riforma neoliberiste.

Tutte condizioni che ci indicano quella che l’antropologo medico Paul Farmer chiama “violenza strutturale”, il termine è particolarmente adeguato in quanto vittime e sofferenza sono causate da una violenza strutturata da forze e processi storicamente dati, che agisce nel limitare la libertà d’azione di quegli individui che occupano le fasce sociali più deboli e più povere[xxxvii].

Jurij Afanas’ev, in un suo articolo: «Economia e società nella Russia di oggi»[xxxviii], analizzando la situazione socio-economica della Russia arriva a parlare di “mostro economico”, di “mutante socio-economico” che non conosce analoghi nella pratica mondiale (nel cosiddetto mondo “democratico”) e che proprio per questa sua unicità non trova un’adeguata definizione accademica. L’economia russa di oggi viene definita come una “economia mista”, termine che va però inteso diversamente da come comunemente lo si intende in economia politica. Alla base di questo “mutante socio-economico” c’è la relazione tra proprietà e Stato, fenomeno già tradizionalmente russo[xxxix], conservatosi, sia in epoca sovietica, che in epoca post-sovietica dove è stato ulteriormente affiancando da una criminalità diffusa.

Con Eltsin, mentre si privatizzava a ritmo forzato (non senza interessi egoistici), veniva ripetuto alla nausea che la proprietà privata è “sacra e inviolabile”. Un gruppo di magnati riuscì così a privatizzare gran parte delle grandi industrie e delle risorse naturali del Paese, ponendo le basi di quel mutante socio-economico di cui si è parlato. Ma: «se la proprietà privata, dal punto di vista qualitativo è il dominio illimitato, totale e libero dell’uomo su una determinata sfera di beni materiali, dal punto di vista quantitativo non e affatto assoluta e illimitata. È limitata dagli interessi della società per intero, gli interessi della maggioranza. Liberta, uguaglianza e fratellanza saranno buoni solo allora, quando saranno stati realizzati e accolti nella loro totalità» [xl].

Secondo il sociologo e antropologo economico Karl Polanyi esistono due tipi di libertà: uno buono come la libertà di stampa, di riunione, di parola, di coscienza.. e l’altro cattivo come la libertà di sfruttare i propri simili oppure la libertà di trarre profitto da pubbliche calamità organizzate in segreto per trarne profitti privati. La pianificazione e il controllo vengono accusati di limitare la libertà. Si afferma che la libera impresa e la proprietà privata sono essenziali alla libertà, ma l’idea di libertà degrada così in una semplice tutela della libera impresa[xli].

La parola “libertà” desta un così ampio consenso da diventare l’elemento discorsivo cardine delle élite per conquistare le masse. Un programma politico che affermasse esplicitamente di aver come obiettivo la restaurazione del potere economico di un ristretto gruppo di potere presumibilmente non conquisterebbe un forte sostegno popolare, mentre un tentativo programmatico di promuovere le libertà individuali può esercitare un vasto richiamo sulle masse, pur mascherando il suo interesse alla restaurazione del potere di classe.

I valori di libertà individuale e di giustizia sociale non sempre però sono compatibili, il proseguimento della giustizia sociale presuppone solidarietà sociale e una propensione a sacrificare i bisogni e i desideri individuali nell’ambito di una lotta più generale per l’uguaglianza sociale. In ultima analisi, rimanendo in una cornice social-economica, al fine d’individuare le cause che portarono al tramonto e al tracollo dell’Unione Sovietica, come all’eclissi dell’ideologia politica ad essa correlata, sarebbe opportuno considerare che tale evento fu sicuramente il risultato di tutta un serie di condizioni, «prerequisiti di lungo periodo»[xlii] (di natura prevalentemente strutturale al sistema sovietico): soprattutto una persistente stagnazione economica, già osservabile negli ultimi anni del periodo di Chruščëv (1953-1964), pressoché costante nel periodo di Brežnev (1964–1982).

L’economia sovietica sembrò passare da una giovinezza turbolenta, ancora recente, ad una rapida vecchiaia senza attraversare fasi intermedie di maturità. La produzione sovietica caratterizzata da mastodontiche imprese con migliaia di lavoratori, sia pure con scarsa produttività, riuscì a portar fuori il Paese dall’arretratezza rispetto all’Occidente nel suo periodo “epico” dell’industrializzazione a mezzo dell’industria pesante e militare[xliii].

Nonostante squilibri e carenze l’Unione Sovietica, a livello mondiale, divenne la seconda potenza industriale dopo gli Stati Uniti[xliv]. Tuttavia, lo stesso apparato produttivo rivelò tutta una serie difficoltà nel momento che si trovò: nella necessità di riconvertirsi, di dotarsi di un idoneo apparato per la distribuzione dei beni di largo consumo, oltre che di riscuotere gradimento da parte dei consumatori[xlv].

Quando Michail Gorbačëv divenne Segretario generale l’11 marzo del 1985 ereditava un paese con una situazione economica visibilmente preoccupante. Ai vizi originari del suo apparato produttivo: servizi mediocri, gigantismo delle imprese.. si aggiungeva lo stato ormai obsoleto degli impianti e del materiale tecnico. Così si spiega, in parte, tutta una serie di incidenti che afflissero l’URSS in quegli anni, la catastrofe di Černobyl’ dell’aprile del 1986 ne costituisce un esempio significativo.

I tentativi di recuperare, di razionalizzare la spinta produttiva, di promuovere il rinnovamento espressi da Gorbačëv nella sua “perestrojka”, paradossalmente furono i propulsori di tutte quelle spinte endogene, che sommate al “detonatore”[xlvi] delle rivendicazioni nazionalistiche (già a partire dal 1987 nelle repubbliche baltiche, dove la perestrojka andava suscitando un forte desiderio di autonomia, nel 1988 con la sanguinosa guerra del Nagorno-Karabach..) portarono poi il Paese al collasso.

Gorbačëv fu l’uomo politico che allora, in quel Paese, confidò realmente nella democrazia, più di quanto non vi confidò poi il suo successore. Il 28 ottobre 1988, il Soviet approvò la riforma della Costituzione. La nuova legge elettorale voluta espressamente da Gorbačëv diede accesso ad un gran numero di candidature per il Congresso dei Deputati del Popolo. Fu sempre lo stesso leader sovietico a fissare la data delle prime elezioni libere nella storia del Paese, che si svolsero il 26 marzo 1989[xlvii]. Gorbačëv chiese ed ottenere che tutte le sedute del parlamento fossero trasmesse in diretta televisiva, senza tagli o censure (fatto senza precedenti in Unione Sovietica). Iniziava la “glasnost’”: un’informazione trasparente, «uno strumento per spiegare il nuovo corso politico e coinvolgere i cittadini nella ricostruzione di una società attiva, autonoma e adeguata»[xlviii], un termine che entrò presto nel lessico politico mondiale.

Quel corso venne bruscamente interrotto con i noti avvenimenti dell’agosto del 1991. Quel processo, a distanza di vent’anni con uno sguardo rivolto alla contemporaneità, sembrerebbe avvalorare l’idea che di quella “trasparenza” ce ne sia ancor oggi davvero un gran bisogno non solo dentro, ma anche, e soprattutto al di fuori della Russia.

Bibliografia

Bruno Bongiovanni, Storia della guerra fredda, Laterza, Roma-Bari, 2001.

Claudio Fracassi, Russia. Che succede nel Paese più grande del mondo, Libera informazione, Roma, 1995.

Mal’kol’m Dikselius, Andrej Konstantinov,  Prestupnyj mir Russii (Il mondo criminale in Russia), Bibliopolis, Sankt-Peterburg, 1995.

Mikhail Gorbaciov, La perestrojka. Vent’anni dopo,

http://www.associazioneitaloslava.com/files/libro%20gorbaciov%20.pdf

Naomi Klein, Shock Economy l’ascesa del capitalismo dei disastri, Bur, Milano, 2008.

David Harvey, Neoliberalism, Il Saggiatore, Milano, 2005.

Karl Polanyi, La grande trasformazione, Einaudi, Torino, 1974.

Ivo Quaranta, Antropologia medica, Raffaello Cortina, Milano, 2006.

Nicholas V. Riasanovsky, a cura di Sergio Romano, Storia della Russia, Bompiani, Milano, 1989.

Antonio Rubbi, La Russia di Eltsin, Editori riuniti, Roma, 2002.

Mara Gergolet, L’addio al comunismo? Costato un milione di morti, “Corriere della Sera”, 23/01/2009, http://www.corriere.it/esteri/09_gennaio_23/addio_comunismo_milione_morti_0dce5a8c-e91a-11dd-8250-00144f02aabc.shtml

Jurij Afanas’ev, Ėkonomika i obščestvo v Rossii segodnja (Economia e società nella Russia di oggi), “Mondopera”, n. 2 Marzo-Aprile 2003, http://www.yuri-afanasiev.ru/mondopera.htm

Ėkonomiceskie reformy Egora Gajdara (Le riforme economiche di Egor Gajdar), 28/12/2010, http://ria.ru/history_spravki/20101228/314456760.html

John M. Goshko,  Yeltsin Receives Widspread Backing for Assault; THE UNITED STATES; Victory Seen for Democracy, “The Washington Post”, 5/10/1993, http://www.highbeam.com/doc/1P2-968123.html

Gwen Ifill, Crisis in Moscow; Clinton Meets Russian On Assistance Proposal, “New York Times”, 25/03/1993, http://www.nytimes.com/1993/03/25/world/crisis-in-moscow-clinton-meets-russian-on-assistance-proposal.html?scp=1&sq=1993%20clinton%20meets%20russian&st=cse

Vjaceslav Kostikov, “Kogo spasal Gajdar šokovoj terapiej?” (Chi ha salvato Gajdar con la shock terapia?), 12/01/2010, http://www.newsland.ru/news/detail/id/450674/

Thomas W. Lippman, Clinton Reiterates Firm Support; Yeltsin Uses Force Against Foes, “The Washington Post”, 4/10/1993, http://www.highbeam.com/doc/1P2-968070.html

David Stuckler, Lawrence King, Martin Mckee, Mass privatisation and the post-communist mortality crisis: a cross-national analysis, “The Lancet”, 31/01/2009,

http://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(09)60005-2/fulltext

http://www.corriere.it/esteri/

http://www.csi-multimedia.it/IT/russia/biografia-di-gorbaciov/1988.html

http://www.highbeam.com/publications/the-washington-post-p5554

http://www.newsland.ru/

http://www.nytimes.com/

http://www.vedomosti.ru/glossary/

http://ria.ru/history_spravki

[i] Secondo l’assunto di Hobsbawm l’inizio del Novecento non andrebbe individuato nell’anno 1900 ma nel 1914, allo scoppio della prima guerra mondiale, mentre il suo termine potrebbe essere collocato, piuttosto che nel 1999, nel 1991, anno della caduta e del conseguente dissolvimento dell’Unione Sovietica.

[ii] Secondo la concezione di Fukuyama esiste un senso unico della storia, trasversale a tutti i popoli, rivolto alla realizzazione di una condizione non più ulteriormente modificabile, un traguardo di perfezione per tutti gli uomini, al quale si arriverebbe, seppur in maniera diversa da paese a paese, dopo un percorso di crescita. Per Fukuyama tale traguardo è la forma di stato proposta dal liberismo democratico: l’unica perfetta e l’ultima possibile per l’uomo.

[iii] Cfr., David Stuckler, Lawrence King, Martin Mckee, Mass privatisation and the post-communist mortality crisis: a cross-national analysis, “The Lancet”, 31/01/2009,

http://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(09)60005-2/fulltext

[iv] Cfr., Mara Gergolet, L’addio al comunismo? Costato un milione di morti, “Corriere della Sera”, 23/01/2009, http://www.corriere.it/esteri/09_gennaio_23/addio_comunismo_milione_morti_0dce5a8c-e91a-11dd-8250-00144f02aabc.shtml

[v] Cfr., David Harvey, Neoliberalism, Il Saggiatore, Milano, 2005, p. 29.

[vi] Cfr., ibid., p. 29.

[vii] Cfr., Vjaceslav Kostikov, “Kogo spasal Gajdar šokovoj terapiej?”, (Chi ha salvato Gajdar con la shock terapia?), 12/01/2010, http://www.newsland.ru/news/detail/id/450674/

[viii] Cfr., D. Harvey., op.cit., p. 67.

[ix] Cfr., Claudio Fracassi, Russia. Che succede nel Paese più grande del mondo, Libera informazione, Roma, 1995, pp. 29-30.[x] Cfr., ibid., pp. 12-13.

[xi] Andrew D. Bakonin (nome d’arte Konstantinov), scrittore e giornalista russo esperto di questioni penali e di criminologia, autore di numerosi libri.

[xii] Mal’kol’m Dikselius, Andrej Konstantinov,  Prestupnyj mir Russii (Il mondo criminale in Russia), Bibliopolis, Sankt-Peterburg, 1995, p. 134.

[xiii] Cfr., D. Harvey, op.cit., pp. 90-91.

[xiv] Economisti formatisi alla scuola di economia di Chicago. I maggiori esponenti di tale scuola furono Milton Friedman e George Stigler. La loro dottrina ha caratterizzarono le politiche economiche dei governi statunitensi del presidente Ronald Reagan e del governo inglese del primo ministro Margaret Thatcher. La loro teoria, in sostanza, sostiene la liberazione dell’economia dallo Stato, la distruzione del welfare state, la privatizzazione dei servizi pubblici, la liberalizzazione di ogni settore non strategico e la fine di ogni chiusura doganale.

[xv] Il cognome traslitterato col sistema ISO9-1968/GOST verrà in seguito riportato con la grafia italiana più comune “Eltsin”.

[xvi] Cfr., Naomi Klein, Shock Economy l’ascesa del capitalismo dei disastri, Bur, Milano, 2008, pp. 264-265.

[xvii] Cit., ibid., p. 266.

[xviii] Definizione tradotta dal sottoscritto: «Un complesso di misure radicali indirizzate al risanamento dell’economia, in grado di distruggere il normale corso dei rapporti economici. Un fenomeno che si accompagna a conseguenze negative: aumento dei prezzi inflazione caduta dell’occupazione».
http://www.vedomosti.ru/glossary/%D1%88%D0%BE%D0%BA%D0%BE%D0%B2%D0%B0%D1%8F%20%D1%82%D0%B5%D1%80%D0%B0%D0%BF%D0%B8%D1%8F#ixzz1izb9GPiL

[xix] Cfr., N. Klein, op.cit., p. 14.

[xx] Cit., Mikhail Gorbaciov, La perestrojka. Vent’anni dopo, p. 172.
http://www.associazioneitaloslava.com/files/libro%20gorbaciov%20.pdf

[xxi] Cfr., N. Klein, op.cit., pp. 254-255.

[xxii] Cfr., Consultazione biografica Egor Timurovic Gajdar, http://ria.ru/history_spravki/20101228/314447441.html

[xxiii] Cfr., Ėkonomiceskie reformy Egora Gajdara (Le riforme economiche di Egor Gajdar), 28/12/2010, http://ria.ru/history_spravki/20101228/314456760.html

[xxiv] Cfr., N. Klein, op.cit., p. 256.

[xxv] Le citazioni tradotte dal sottoscritto sono prese da: http://www.trud.ru/article/18-12-2009/234003_egor_gajdar_u_menja_na_sovesti_bylo_by_menshe_a_strana_byla_by_ta_zhe.html

[xxvi] Cfr., N. Klein, op.cit, p. 257.

[xxvii] Ricordi personali per un lungo soggiorno a Mosca in quegli anni.

[xxviii] Cfr., D. Harvey, op.cit., pp. 94-96.

[xxix] Cfr., ibid., p. 81.

[xxx] Cfr., N. Klein, op.cit., p. 258.

[xxxi] Gwen Ifill, Crisis in Moscow; Clinton Meets Russian On Assistance Proposal, “The New York Times”, 25/03/1993,  http://www.nytimes.com/1993/03/25/world/crisis-in-moscow-clinton-meets-russian-on-assistance-proposal.html?scp=1&sq=1993%20clinton%20meets%20russian&st=cse

[xxxii] http://1993.sovnarkom.ru/TEXT/DOKUMENT/ks21091993.htm

[xxxiii] Thomas W. Lippman, Clinton Reiterates Firm Support; Yeltsin Uses Force Against Foes, “The Washington Post”, 4/10/1993, http://www.highbeam.com/doc/1P2-968070.html

[xxxiv] John M. Goshko,  Yeltsin Receives Widspread Backing for Assault; THE UNITED STATES; Victory Seen for Democracy, “The Washington Post”, 5/10/1993, http://www.highbeam.com/doc/1P2-968123.html

[xxxv] Cfr., N. Klein, op.cit., p. 274.

[xxxvi] Cfr., ibid., p. 272.

[xxxvii] Cfr., Ivo Quaranta, Antropologia medica, Raffaello Cortina, Milano, 2006, p. 280.

[xxxviii] Cfr., J. Afanas’ev, Ėkonomika i obščestvo v Rossii segodnja (Economia e società nella Russia di oggi), “Mondopera”, n. 2, Marzo-Aprile 2003, http://www.yuri-afanasiev.ru/mondopera.htm

[xxxix] Ad esempio: Ivan IV “il Terribile” (1505-1584) già ai suoi tempi arrivò a possedere oltre un terzo del suo regno come sua proprietà personale: la cosiddetta opričnina (oprič significa “a parte”) in contrasto col resto delle terre chiamate la žemscina. Cfr., Nicholas V. Riasanovsky, a cura di Sergio Romano, Storia della Russia, Bompiani, Milano, 1989, p. 156.

[xl] Cit., J. Afanas’ev, op.cit.

[xli] Cfr., D. Harvey, op.cit., p. 48.

[xlii] Cit., Bruno Bongiovanni, Storia della guerra fredda, Laterza, Roma-Bari, 2001, p. 140.

[xliii] Cfr., ibid., op.cit., p. 141.

[xliv] Cfr., N. V. Riasanovsky, op.cit., p. 596.

[xlv] Cfr., B. Bongiovanni, op.cit., p. 141.

[xlvi] Cfr., ibid., p. 146.

[xlvii] http://www.csi-multimedia.it/IT/russia/biografia-di-gorbaciov/1988.html

[xlviii]Cit., Mikhail Gorbaciov, op.cit., p. 37.