Arabia Saudita, Stato in transizione? Le “liberalizzazioni” del piano Vision 2030

da | Nov 19, 2018 | Medio Oriente e Nord Africa, Primo Piano

Classificato come uno dei regimi più autoritari e conservatori al mondo, l’Arabia Saudita del nuovo millennio sembra trovarsi in una complessa fase di transizione tra conservatorismo e modernità. Prendendo atto dei cambiamenti avvenuti internamente e a livello globale negli ultimi decenni, la casa regnante degli Al-Saud ha recentemente annunciato una stagione di riforme il cui principale obiettivo è diminuire la dipendenza dello stato dalla vendita di petrolio. Tale iniziativa, esposta nel documento programmatico Vision 2030, ha ricevuto una grande eco a livello internazionale, soprattutto per quanto riguarda gli apparenti tentativi di liberalizzazione della società saudita, da sempre rappresentata come chiusa in un rigoso conservatorismo religioso.

Il volto di questa “rivoluzione” è il nuovo principe ereditario, il “giovane riformatore” Mohammad Bin Salman, conosciuto colloquialmente come MBS e celebre non solo per l’assertività che caratterizza la sua azione politica, ma anche per la sua attenzione, sapientemente pubblicizzata, per le esigenze delle giovani generazioni saudite e la parità di genere. Non è dunque difficile capire perché il volto di MBS è apparso sui giornali di tutto il mondo in qualità di homo novus del potere saudita.

MBS presenta il piano Vision 2030. Fonte: english.alarabiya.net

Tuttavia, gli eventi associati alla recente azione politica di MBS a livello interno ed internazionale (es. il caso Kashoggi, la guerra in Yemen) portano a pensare che le riforme tanto celebrate negli ultimi due anni non siano stato altro che un paravento dietro cui nascondere una stretta ancor più autoritaria sul paese. Un’analisi più approfondita, infatti, ridimensiona la portata e l’impatto sostanziale del programma riformista sul modello di governance del Regno.

1. Uno stato fondato su religione e petrolio.

Per comprendere il fattore potenzialmente rivoluzionario nel panorama saudita della nuova stagione di riforme, così come descritta nel piano Vision 2030, è necessario tenere conto dei fattori che più hanno condizionano lo sviluppo del paese e che gli hanno permesso di sopravvivere fino al nuovo millennio come uno dei regimi più illiberali del mondo: l’adozione strumentale di un’ideologia religiosa fondamentalista e l’abbondanza di risorse energetiche.

Dal punto di vista politico, l’Arabia Saudita è una monarchia assoluta, uno Stato fondato sulla religione come strumento di legittimazione del potere temporale e della casa regnante stessa. Il ruolo fondamentale della religione nel regno è legato non soltanto alla presenza delle città sante dell’Islam – La Mecca e Medina – all’interno dei confini sauditi, ma anche al processo di state-buildingdel paese. Proclamato ufficialmente nel 1932, il regno saudita è il risultato dell’alleanza settecentesca della tribù degli Al-Saud con il predicatore religioso Al-Wahhab, fondatore del wahhabismo, cioè dell’interpretazione sunnita molto conservatrice ed intollerante delle scritture islamiche che oggi costituisce la religione di stato nel paese (Guazzone, 2013). Attualmente, il sostegno di quello che potrebbe essere definito, secondo categorie occidentali, come il “clero” wahhabita (gli ulama), stipendiato dallo Stato per legittimare le scelte governative (Ibid.), costituisce uno dei pilastri su cui la casa regnante si poggia, con il risultato evidente di far sopravvivere alla modernità uno dei conservatorismi sociali più intolleranti al mondo.

Dal punto di vista economico, l’Arabia Saudita è il secondo paese più ricco di petrolio al mondo dopo il Venezuela, detenendo il 15,7% delle risorse mondiali (BP Statistical Review of World Energy 2018), il cui sfruttamento è gestito dalla Saudi Aramco, compagnia posseduta al 100% dal governo. Questo fattore ha avuto degli effetti strutturali sull’economia saudita, che è basata essenzialmente sul settore petrolifero e sulla rendita derivante dalla vendita di petrolio a clienti esterni. L’Arabia Saudita è considerata il classico esempio di rentier state (più specificamente è una petroeconomia), cioè uno stato le cui entrate dipendono fortemente dalla rendita assicurata dalla vendita di risorse indigene (Luciani, 2016). Per via di questa particolare configurazione economica, la casa regnante ha potuto alimentare un massiccio welfare-state senza tassare la popolazione e contenere le istanze democratiche utilizzando la redistribuzione della ricchezza petrolifera come strumento per mantenere la pace sociale e comprare il silenzio di potenziali oppositori politici. Risulta evidente, tuttavia, che una stabilità del genere sia molto fragile, in quanto ad una diminuzione delle entrate derivate dal petrolio corrisponde una minore capacità della casa regnante di gestire i propri sudditi.

Estremismo religioso e petrolio sono dunque gli ingredienti della stabilità saudita e strumenti che si sono rivelati molto utili nel contrastare qualsiasi forma di dissenso, così come avvenuto anche recentemente durante le Primavere Arabe. Proprio in questa occasione, tuttavia, è risultato evidente che, al di sotto della patina di opulenza e immobilismo, la società saudita nasconde dei problemi irrisolti che la casa regnante non può più permettersi di ignorare.

2. Crisi e riforme

Il piano Vision 2030, inaugurato nel 2016 dall’attuale re Salman e dal figlio MBS, non è il primo tentativo di riformare il paese. Tra la fine del secolo scorso e l’inizio del nuovo millennio, infatti, la dinastia regnante si era già trovata ad affrontare numerose sfide.

Negli anni Ottanta del secolo scorso le conseguenze economiche della fine del boom petrolifero avevano già portato la casa regnante a dover fare i conti con problemi sociali come la disoccupazione e il terrorismo. A partire dal 1982, infatti, il drastico ribasso del prezzo del greggio ha avuto gravi conseguenze sulla rendita petrolifera saudita, causando una riduzione degli investimenti infrastrutturali e l’aumento dei costi dei servizi per la popolazione, precedentemente irrisori per via dei massicci sussidi che lo Stato poteva permettersi di fornire. La crescita demografica, inoltre, si è sommato alla crisi economica causando un aumento della disoccupazione. In particolare, il malcontento serpeggiante tra i giovani sauditi istruiti localmente, venne incanalato nell’adesione ai discorsi critici dell’opposizione islamista al regime (Guazzone, 2013). Non è dunque un caso che dei 19 attentatori dell’11 settembre 15 fossero sauditi e caratterizzati da un background sociale collegato al fenomeno della disoccupazione giovanile: giovani istruiti ma emarginati dal regime. Nel tentativo di evitare un ulteriore peggioramento delle tensioni sociali, gli Al-Saud si sono fatti promotori di una strategia che può essere resa metaforicamente con l’immagine del bastone e la carota: repressione poliziesca e militare, programmi di deradicalizzazione e un’iniziativa di dialogo nazionale per risolvere le problematiche più controverse del regno, come il terrorismo, la condizione delle donne e la disoccupazione. Nel 2005 tale strategia è culminata nella proclamazione di elezioni, le prime dalla fondazione del regno, limitate, però, ai soli consigli comunali e caratterizzate dall’esclusione delle donne dal voto (Ibid.).

Nonostante questi tentativi, le riforme messe in campo non hanno fermato il contagio dell’ondata di proteste conosciuta come la “Primavera Araba” che nel 2011 è dilagata in Medio Oriente e Nord Africa. Molto è stato scritto sulla resilienza dei regimi del Golfo a questo momento storico che ha visto crollare autoritarismi longevi ed apparentemente stabili in altre parti del mondo arabo. Ancora una volta, infatti, la strumentalizzazione del discorso religioso ed una strategica distribuzione della rendita petrolifera attraverso iniezioni di denaro nella società hanno agito in modo congiunto per reprimere il dissenso dei protestanti, comprare l’appoggio degli indecisi e dividere l’opinione pubblica evitando la formazione di un’opposizione strutturata contro il regime. Nel Golfo e in tutto il mondo arabo l’Arabia Saudita ha utilizzato le sue risorse finanziarie e il suo prestigio religioso per sostenere lo status quo, per conservare sia la propria stabilità interna sia la centralità nella regione mediorientale (Matthiesen, 2013).

Nonostante il regime sia uscito indenne dalla stagione delle Primavere arabe, il futuro non è però privo di incognite. La rendita petrolifera, infatti, è messa a rischio dal calo del prezzo del petrolio. Il crollo del prezzo del barile nel 2014 ha avuto conseguenze disastrose sull’economia saudita, portando ad un deficit fiscale crescente (98 e 79 miliardi di dollari nel 2015 e 2016 rispettivamente): si calcola che gli introiti statali siano calati a 25 miliardi di dollari nel 2015 e a 21 miliardi di dollari nel 2016, dai 40 miliardi di dollari degli anni precedenti (Info Mercati Esteri). Per evitare di mettere a repentaglio la stabilità sociale, lo stato non ha diminuito proporzionalmente la spesa pubblica (41 miliardi dollari nel 2015 e 39 miliardi dollari nel 2016), mantenendo pressoché invariati i salari pubblici (che rappresentano il principale capitolo di spesa nel bilancio del Regno), ma ha attinto alle riserve monetarie accumulate precedentemente in modo così massiccio da far temere un loro esaurimento entro il 2020.

3. Il piano Vision 2030

Il progetto “Saudi Vision 2030” è stato approvato dal Consiglio dei Ministri il 25 aprile 2016 e costituisce il piano economico post-petrolifero del paese. Prendendo spunto dai piani di sviluppo elaborati in altri paesi del Golfo, il piano saudita si concentra molto sulle riforme in campo economico, ma si occupa anche di illustrare gli obiettivi che il Regno vuole raggiungere a livello sociale e di sviluppo della Nazione. Il documento si articola in tre capitoli, che sviluppano i temi principali attorno i quali le riforme sono state e saranno elaborate: una “società vitale”, una “economia florida” e una “nazione ambiziosa”.

Una società vitale– Il primo capitolo di Saudi Vision 2030 descrive le ricadute positive che la riforma del piano di sviluppo nazionale avranno sulla società. Secondo gli ideatori del programma, una società vitale e dinamica è necessaria per lo sviluppo di un’economia prosperosa. I membri ideali di questa società vivono secondo la tradizione locale di moderazione, sono orgogliosi della loro identità nazionale e del loro patrimonio culturale, godono di un alto livello di qualità della vita, sono protetti da famiglie premurose e sono supportati nella loro emancipazione dal sistema sociale e sanitario. 

Un’economia florida– Il secondo capitolo di Saudi Vision 2030 descrive le varie misure per rilanciare l’economia saudita, cercando di sganciarla dalla rendita petrolifera. Come si legge sul documento, un’economia florida avrebbe il potenziale di fornire a tutti uguali opportunità attraverso la costruzione di un sistema educativo in armonia con le esigenze del mercato e la creazione di opportunità economiche per gli imprenditori, le piccole imprese e le grandi corporation. Il Regno di strumenti di investimento per promuovere settori economici promettenti, diversificare l’economia e creare posti di lavoro. Inoltre, il Governo si impegna a migliorare la qualità dei servizi attraverso un programma di privatizzazioni, con l’obiettivo di incentivare lo sviluppo di un ambiente favorevole al commercio, capace di attrarre i grandi talenti e i migliori investimenti a livello globale e di approfittare della posizione geografica della penisola araba.

Una nazione ambiziosa– L’ultimo capitolo di Vision 2030, infine, descrive gli obiettivi di lungo termine della Nazione ed esprime la sua aspirazione a trasformarsi da attore prevalentemente regionale a protagonista dello scenario globale. Questo obiettivo potrà essere raggiunto attraverso riforme strutturali che rendano il Paese più efficiente, trasparente, e responsabile. L’impegno sarà quello di porre le basi per la creazione di un ambiente favorevole per i cittadini, il settore privato e il settore no-profit in modo tale che essi possano soddisfare i loro interessi nell’affrontare sfide e cogliere opportunità. 

Nel complesso, il piano Vision 2030 si configura come il primo vasto programma di riforma volto al ripensamento delle basi dell’economia saudita dai tempi della fondazione del Regno. Dall’analisi del piano Vision 2030, infatti, risulta evidente che una delle preoccupazioni maggiori della casa regnante sia quello di diversificare e liberalizzare l’economia attraverso la creazione di un ambiente favorevole all’iniziativa privata e attraente per gli investitori. La volontà di portare avanti corposi processi di privatizzazione e di creare opportunità per il settore privato e gli investimenti internazionali compare più volte all’interno del documento, a testimonianza di come si sia presa coscienza dell’insostenibilità del sistema di welfare basato sulla rendita petrolifera. In questo senso, dunque, le riforme proposte vanno ad intaccare le fondamenta del patto sociale che cementa il Paese, cioè la garanzia del mantenimento di un massiccio welfare-state e di sussidi su beni di consumo primari come contraltare all’assenza di rappresentanza politica. Dunque, se tali riforme si dimostrassero inadatte a ridimensionare i problemi sociali che caratterizzano il Regno, come la disoccupazione giovanile, il rischio potrebbe essere un aumento dello scontento tra fasce sempre più ampie della popolazione.

4. Oltre la liberalizzazione economica, una “rivoluzione” sociale?

Il cambiamento di tendenza espresso dal piano Saudi Vision 2030, tuttavia, non si riduce alle sole riforme in ambito economico. Nella sua promozione di questo programma di sviluppo, infatti, MBS si è particolarmente impegnato ad esibire la sua volontà di rinnovare la politica e la società saudita, partendo dal riconoscimento dei diritti individuali e dalla lotta alla discriminazione di genere.

La “rivoluzione” sociale è stata inaugurata dal lancio di due provvedimenti in particolare, ossia la riapertura dei cinema e il permesso per le donne di guidare. La revoca del divieto relativo all’intrattenimento nei cinema, strettamente osservato fin dagli anni Ottanta per via di pressioni dall’ambiente religioso wahhabita, è stata annunciata a dicembre 2017 e resa ufficiale ad aprile 2018 e rientra nell’ambito dello sviluppo di una “società vitale” così come descritta in Vision 2030. L’evento è stato festeggiato con la proiezione, seppur privata e con partecipazione su invito, del film Black Pantherin un multisala di Riad. Secondo il ministro della Cultura e dell’Informazione, Awwad bin Saleh Alawwad, entro il 2030 saranno aperti oltre trecento cinema ed installati più di duemila schermi in tutto il regno.

Per quanto riguarda, invece, l’ambito della parità di genere descritto nella sezione relativa allo sviluppo di un’”economia florida”, la revoca del divieto per le donne di guidare è stata annunciata nel settembre 2017 e resa ufficiale nel giugno 2018. Tale riforma, volta ad eliminare la necessità della presenza in auto di un uomo in qualità di “guardiano” della donna, deve essere considerata come strumento di attuazione dell’obiettivo contemplato da Vision 2030 di aumentare il tasso di occupazione femminile dal 22% ad un terzo della forza lavoro. In questa prospettiva, la revoca del divieto di guida per le donne risulta necessario per rimuovere la necessità delle donne saudite di ricorrere a dispendiose soluzioni in termini economici e temporali, come l’impiego di autisti privati o di membri maschi della famiglia disposti ad accompagnarle a lavoro.

Considerando l’ultra-conservatorismo dell’Arabia Saudita, le riforme di MBS potrebbero apparire come un significativo segno di discontinuità rispetto al passato. La ricezione che hanno avuto a livello internazionale, infatti, è stata accompagnata da espressioni di stupore e di approvazione per l’inizio di un percorso orientato verso maggiori aperture sociali e di progresso nel campo dei diritti umani. Tali cambiamenti, infatti, sono stati ovviamente accolti con fiducia dai partner occidentali del Regno, sensibili alle critiche verso l’alleato saudita a causa della lunga tradizione di relazioni politiche e commerciali.

Tuttavia, la politica interna di MBS contrasta significativamente con le riforme espresse dal piano Vision 2030. Un esempio delle contraddizioni che attraversano il riformismo saudita riguarda proprio la questione dei diritti delle donne.  Nonostante l’attenzione sfoggiata da MBS per la parità di genere, la revoca del divieto per le donne di guidare è stata accompagnata da un giro di vite contro le attiviste e gli attivisti sauditi che fino a quel momento si erano battuti per l’ottenimento da parte delle donne di questo diritto. L’obiettivo di tale repressione potrebbe essere spiegato come conseguenza della volontà di evitare che tali attivisti festeggiassero la fine del divieto come una loro vittoria e cominciassero a domandare di più. Non conta, dunque, che le richieste degli attivisti fossero in linea con quanto il regime avesse deciso di concedere. Solo il regime, infatti, ha il diritto di elargire o privare di nuovi diritti. Le rivendicazioni dal basso rimangono quindi un atto di ribellione da punire, come anche qualsiasi forma di espressione di dissenso politico.

 

Bibliografia:

Guazzone, L., 2013. Arabia Saudita. In: I Paesi arabi contemporanei. Dalle Tanzimat alla “Primavera Araba”. Roma: Orientalia , pp. 263-277.

Luciani, G., 2016. Oil and Political Economy in the International Relations of the Middle East. In: L. Fawcett, a cura di International Relations of the Middle East. Oxford: Oxford University Press, pp. 105-130.

Matthiesen, T., 2013. Sectarian Gulf. Bahrain, Saudi Arabia, and the Arab Spring That Wasn’t. Stanford: Stanford Briefs.

 

Ilaria Guidoni è laureanda in Scienze Internazionali (Università di Torino)