Etiopia-Eritrea: l’impatto dell’accordo di pace dopo cinque decenni di conflitto

da | Gen 3, 2019 | Africa, Primo Piano

Cristina Castellana Tenedor

Dopo essere stati in una situazione di “né guerra né pace” per decenni, l’Eritrea e l’Etiopia hanno firmato la “Joint Declaration of Peace and Friendship between Eritrea and Ethiopia”, il 9 luglio 2018 ad Asmara (Eritrea), e il “Jeddah Peace Agreement”, il 16 settembre 2018 nella città saudita di Jeddah, per porre fine al conflitto tra i due paesi. Tali accordi potrebbero modificare la situazione del Corno d’Africa per un lungo periodo di tempo.

Il conflitto risale al 1962 quando l’Eritrea fu annessa come provincia dell’Etiopia. In disaccordo, gli Eritrei presero le armi in un conflitto di liberazione che durò quasi trenta anni e culminò nel 1993 quando l’Eritrea si separò formalmente dall’Etiopia con un referendum per l’indipendenza. Le tensioni non si attenuarono completamente e, nel 1998, iniziò una guerra, influenzata sia dal conflitto tra le élite dominanti del Fronte Popolare per la Democrazia e la Giustizia eritreo (PFDJ) e il Fronte di Liberazione Popolare di Tigray (TPLF), che dalle tensioni per il controllo della città confinante di Badme. Il risultato della guerra, che finì nel 2000 con l’Accordo di Pace di Algeri, fu di oltre centomila morti e fino a un milione di persone sfollate. Tuttavia, nessuna delle parti ottemperò l’accordo per i successivi sedici anni giacché l’Etiopia non accettò che la città di Badme fosse eritrea.

Per comprendere meglio il conflitto, si può analizzare la situazione dei due agenti principali. Da un lato, in Eritrea, il Presidente Isaias Afwerki ha governato il paese dal 1991 con il pugno di ferro, divenendo l’unico paese africano in cui non si sono svolte delle elezioni. In più, la Commissione d’inchiesta dell’ONU sui diritti umani, nel 2016, ha accusato il governo eritreo di commettere crimini contro l’umanità compresi stupri, detenzioni, uccisioni extragiudiziali e sparizioni forzate da quando il Presidente è al potere. A questo si deve anche aggiungere un’economia basata sull’autarchia che non è cresciuta negli ultimi decenni a causa della mancanza d’investimenti. Per esempio, le attività di importazione ed esportazione furono vietate nel 2003 insieme al contenimento della libera circolazione di beni e persone, così come fu impedito agli Eritrei di prelevare più di 300 dollari al mese dai loro conti correnti.

Inoltre, a causa di queste misure implementate dal governo eritreo e del suo supposto appoggio ai gruppi armati in Somalia, dal 2006 sono state applicate sanzioni internazionali contro l’Eritrea, estese nel 2009 dalle Nazioni Unite mediante un embargo sulle armi in tutto il territorio, un congelamento dei beni e divieti di viaggi  nei confronti di alcune persone ed entità. Di conseguenza, l’Eritrea è diventato uno dei principali Stati di origine dei rifugiati in Africa, con circa 5.000 eritrei che abbandonano il paese ogni mese per evitare, tra altre misure, il servizio militare obbligatorio indefinito.

Dall’altro lato, l’ex primo ministro etiope, Hailemariam Desalegn, governò l’Etiopia dal 2012 fino alle sue dimissioni all’inizio del 2018, a causa di una serie di proteste sociali contro il suo governo. L’Etiopia, con una delle economie più importanti della regione del Corno d’Africa, ha sempre tratto benefici dalla propria posizione geostrategica. Tuttavia, con l’indipendenza dell’Eritrea e il successivo conflitto, l’Etiopia perse l’accesso al litorale insieme alla possibilità di utilizzare le connessioni e le infrastrutture condivise. Conseguentemente, l’Etiopia aveva bisogno di accedere ai porti degli Stati vicini – in questo caso, Gibuti, Somalia e l’autoproclamato Stato di Somaliland – per essere in grado di mantenere la sua crescita economica.

Inoltre, l’Etiopia si è costruita una reputazione come partner rilevante nella “Guerra contro il terrorismo”, alleandosi con l’Occidente e convertendosi in un importante recettore del Counterterrorism Partnership Fund e dell’Iniziativa Strategica Regionale per l’Africa Orientale del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti. Allo stesso tempo, il governo etiope fu uno dei principali fautori delle sanzioni contro l’Eritrea per la presunta alleanza e sostegno alla filiale di al-Qaeda in Somalia, al-Shabaab. Grazie a queste misure, l’Etiopia fu in grado di continuare il proprio sviluppo mentre l’Eritrea iniziò ad attraversare una fase stagnante e il suo governo decise di deviare le risorse umane ed economiche per prepararsi militarmente ad una potenziale invasione e guerra.

Quali cambiamenti hanno favorito l’accordo?

Nel mese di aprile del 2018, Abiy Ahmed Ali diventa il nuovo primo ministro dell’Etiopia e attua un nuovo approccio in relazione al sistema politico ed economico dell’Etiopia che alcuni qualificano come rivoluzionario. Fra le nuove misure, bisogna evidenziare il cambio di governo, l’apertura dell’economia, il licenziamento di una parte dei funzionari, la liberazione dei prigionieri politici, il decreto che ha posto fine dello stato di emergenza, la revoca dei divieti imposti ad alcuni mezzi di comunicazione e la promozione della diplomazia regionale. A questo proposito, una delle politiche più importanti è probabilmente il riavvicinamento all’Eritrea, che ebbe inizio poco dopo il suo insediamento. Così, Abiy ha affermato la propria volontà di attuare l’Eritrea-Ethiopia Boundary Commission (EEBC), stabilita dopo la guerra del 1998-2002 e che comprende lo status della città di Badme.

Per quanto riguarda l’Eritrea, il suo interesse si concentra sul miglioramento delle relazioni con l’Etiopia perché il movimento separatista della regione del Tigray, operativo lungo il confine condiviso fra i due paesi, sta diventando sempre più forte. Le autorità etiopi sono preoccupate dal rafforzamento del gruppo etnico tigrai, emarginato nel corso degli anni da un indebolito regime guidato dal Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo Etiope (EPRDF), mentre l’Eritrea teme i potenziali attacchi dei tigrini all’interno dei propri confini. Pertanto, entrambi i leader intendono prevenire una potenziale secessione e un modo per farlo è tramite un’alleanza e un accordo di pace sui confini. Inoltre, Isaias è consapevole che il paese ha bisogno di lasciarsi alle spalle l’isolamento internazionale e che l’unico modo per farlo è giungere a un accordo coi principali paesi che sostengono le sanzioni: l’Etiopia e la Somalia.

Le conseguenze dell’accordo di pace

Il Mar Rosso è un punto geostrategico che unisce il Mar Mediterraneo con l’Oceano Indiano tramite il Canale di Suez e lo stretto di Bab el-Mandeb. Perciò, sono in molti i paesi interessati all’Accordo di Pace fra l’Etiopia e l’Eritrea.

Innanzitutto, se analizziamo come i due agenti principali abbiano tratto vantaggio dall’accordo, notiamo che il presidente Isaias Afwerki ha ottenuto il sostegno della comunità internazionale a scapito della popolazione eritrea, poiché non ha cambiato nessuna delle sue pratiche dittatoriali e non ha abbandonato le violazioni dei diritti umani all’interno del paese. L’Eritrea è diventato un alleato degli Emirati Arabi Uniti e dell’Arabia Saudita nella guerra che vede i due Stati arabi protagonisti in Yemen, in quanto fornisce basi operative per entrambi i paesi. Inoltre, ha anche stretto amicizia con i governi europei nel tentativo di dissuadere il flusso di rifugiati eritrei verso l’Europa. Per di più, dopo essersi riconciliato con i principali Stati con cui aveva conflitti irrisolti – Somalia, Etiopia e Gibuti –, sono state ridotte le sanzioni internazionali. Come risultato, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha revocato l’embargo sulle armi il 14 novembre 2018.

Per quanto riguarda l’Etiopia, recuperare l’accesso ai porti eritrei fa parte della sua principale strategia, in un momento in cui il paese intende avere dei contatti fondamentali con i porti esistenti nel Corno d’Africa, come il Porto Sudan (Sudan), il porto di Mombasa (Kenya) e, specialmente, il porto di Berbera nel Somaliland, poiché è il più vicino all’Etiopia e collega la regione orientale del paese con la capitale, Addis Abeba. Da un punto di vista economico, il paese riacquista un accesso al mare tramite i porti eritrei che permettono all’Eritrea di ridurre i costi di importazione ed esportazione di merci derivanti dalla sua elevata dipendenza dal porto di Gibuti, che gestisce il 90% del suo commercio estero. In questo modo, l’accordo consente di ottenere un accesso migliore alle opportunità economiche in Eritrea grazie all’apertura delle frontiere e alla possibilità di partecipare nel mercato aperto senza dovere pagare licenze o tasse con costi molto elevati. Ciò implica che, mentre l’Etiopia trarrà grande beneficio dal nuovo scenario economico, l’Eritrea diventerà altamente dipendente dai produttori e dal settore manifatturiero etiope.

Rispetto ad altri soggetti, anche gli Stati Uniti sono interessati alla stabilità che l’accordo di pace può portare nel Corno d’Africa in quanto è un punto cruciale per la lotta contro il terrorismo, ma anche perché l’area rappresenta un importante punto geostrategico per il commercio internazionale grazie alla sua vicinanza al Canale di Suez. In aggiunta, Washington, ha modificato la sua priorità strategica privilegiando la competizione fra potenze rispetto alla lotta al terrorismo internazionale, come indica il documento di Strategia per la Sicurezza Nazionale, la Strategia di Difesa Nazionale, e la Nuova Strategia per l’Africa dell’amministrazione Trump, presentata dal Consigliere per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti, John Bolton, il 13 dicembre 2018. Per questo motivo, Washington ha favorito la revoca dell’embargo sulle armi al fine di stabilire buone relazioni con il Corno d’Africa ed essere in grado di competere con le altre grandi potenze globali, la Russia e la Cina.

Prova di questa competizione è il conflitto nel porto di Gibuti tra gli Stati Uniti – che già dispone di una base navale di spedizione in quel paese (Camp Lemmonier) – e la Cina. Il Congresso statunitense avvertì che Pechino avrebbe potuto minacciare gli interessi degli Stati Uniti nel Mar Rosso dopo l’apertura della sua prima base navale d’oltremare a Gibuti nel 2017. Inoltre, la Cina ha finanziato e costruito l’infrastruttura ferroviaria di 750 km che unisce Addis Abeba a Gibuti con un costo pari a 3,4 miliardi di dollari. Di conseguenza, conoscendo la rilevante presenza della Cina nel settore delle infrastrutture di Gibuti, Washington ha reindirizzato il suo interesse vero l’Eritrea. Ciò potrebbe portare l’Eritrea ad ospitare una nuova base militare statunitense che permetta a Washington di accedere a tutti i suoi porti. Tuttavia, per portare a termine questo progetto, Washington doveva prima assicurarsi che l’Eritrea uscisse dall’isolamento diplomatico e normalizzasse le sue relazioni con l’Etiopia.

Allo stesso modo, altri due agenti rilevanti per l’Accordo di Pace tra l’Eritrea e l’Etiopia sono stati l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, che hanno esercitato la funzione di mediatori, seppure ciascuno abbia cercato di soddisfare i propri interessi economici e di sicurezza nel Corno di Africa. Ad esempio, l’Arabia Saudita è particolarmente interessata a sviluppare opzioni strategiche nel Mar Rosso per far fronte a un possibile blocco iraniano delle spedizioni petrolifere che attraversano lo Stretto di Hormuz verso la parte Est dell’Arabia Saudita. A sua volta, gli Emirati Arabi hanno visto un’opportunità non solo per migliorare la sua strategia in relazione al conflitto nello Yemen, ma anche per aumentare la propria presenza militare nel porto di Assab, lungo la costa dell’Eritrea, e mediante il progetto Dubai Ports World nel porto di Berbera nel Somaliland, di fronte allo stretto di Bab el-Mandeb. Questo interesse si evidenzia anche dall’aiuto pari a 3 miliardi di dollari concessi dagli Emirati Arabi all’Etiopia dopo il suo impegno con l’Eritrea, oltre all’annuncio di progetti transfrontalieri come un gasdotto che collegherà Assab con Addis Abeba.

Infine, è anche importante capire fino a che punto l’Accordo di Pace avrà un impatto sulla società civile dal momento che fino ad ora non si sono percepititi cambiamenti considerevoli, come si sarebbe potuto prevedere, specialmente per la popolazione eritrea. Come accennato precedentemente, in Etiopia è in corso un processo di riforme democratiche che comprendono il riconoscimento dei diritti umani, ma questo non è successo in Eritrea. Nonostante il progresso nelle relazioni tra i due paesi, l’Accordo di Pace ha dimostrato di non essere la soluzione definitiva poiché non ha modificato le politiche interne del governo eritreo. Ciò implica che gli Eritrei siano ancora costretti a fare il servizio militare obbligatorio e a svolgere le mansioni di sicurezza per le istituzioni ufficiali. Come conseguenza, e a causa dell’apertura della frontiera con l’Etiopia che permette agli Eritrei di attraversarla senza restrizioni, si è verificato un aumento nel numero di rifugiati eritrei trasferiti nel paese vicino. Alcune stime indicano che sono 500 le persone che ogni giorno si spostano verso l’Etiopia e, a meno che i confini non vengano nuovamente chiusi, è improbabile che questa cifra diminuisca nei prossimi mesi.

Osservazioni conclusive

Tutto quanto sopra detto dimostra che ogni paese e i suoi rispettivi leader hanno perseguitato i propri interessi sostenendo l’accordo di pace. Da una parte, l’Etiopia è stato un giocatore intelligente poiché il suo principale obiettivo era quello di riaffermare la sua aspirazione di potenza regionale del Corno d’Africa; non ce l’avrebbe fatta senza risolvere i conflitti con i suoi vicini e favorendo l’accesso al mare.

D’altra parte, il presidente eritreo Isaias ha tratto beneficio dall’accordo perché le sanzioni internazionali sono state revocate senza che ciò comporti una perdita di controllo sulla popolazione o di potere per parte del suo governo. Infine, la comunità internazionale trarrà vantaggio da una situazione più stabile nel Corno d’Africa e paesi come gli Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Cina, Stati Uniti e diversi Stati europei saranno in grado di sviluppare le loro proprie agende strategiche approfittando del nuovo scenario. In tutto questo, i cittadini dell’Etiopia e dell’Eritrea dovranno imparare a convivere con le mutevoli circostanze e le possibili ripercussioni che l’accordo avrà su di loro.

L’accordo di pace tra Etiopia ed Eritrea dimostra ancora una volta che nella politica internazionale i paesi non hanno amici o nemici permanenti, solo interessi perpetui.

Cristina Castellana Tenedor è ricercatrice associata del CAPESIC, dove si occupa di Africa sub-sahariana.
Fonte: Capesic