Gli Stati Uniti stanno aumentando la fornitura di attrezzature militari in Tagikistan

da | Ott 16, 2018 | Eurasia, Primo Piano |

Dopo il crollo dell’URSS, gli Stati Uniti, di fronte alla nuova Russia, quella impoverita e umiliata di Eltsin, sono passati in fretta dal “containement” al “roll back”, con la chiara intenzione, seppur non ammessa, di far “arretrare” l’influenza russa nelle ex-repubbliche sovietiche, nonostante le assicurazioni di Washington di non voler mettere in discussione l’egemonia di Mosca nell’area. Per contro, la Russia tenta di mantenere la sua influenza sulle ex-repubbliche sovietiche, al fine di creare una fascia di paesi amici lungo i suoi confini. Una zona che Mosca considera “Estero Vicino” (Blizkoe Zarubezhe), vale a dire uno spazio storicamente, politicamente ed economicamente legato ai suoi interessi vitali. Questa ambizione senza necessariamente ipotizzare una ricomposizione “imperiale”, ma ponendosi come obiettivo la “reintegrazione sovrastatale” delle repubbliche ex-sovietiche.

Nel quadrante dell’Asia centrale, senza mettere in discussione il diritto delle repubbliche presenti di partecipare alla formazioni di queste forme di “reintegrazione sovrastatale” (Comunità degli Stati Indipendenti, Unione Economica Eurasiatica, Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva) gli Stati Uniti e i loro alleati da tempo hanno iniziato a stabilire una cooperazione con i governi di questi paesi su questioni non sempre di tipo economico, ma di chiara valenza militare: dall’esportazione di armi e tecnologia militare, fino a varie forme di cooperazione finalizzate, almeno negli intenti dichiarati, alla lotta contro il terrorismo e l’estremismo islamico.

Poste nel cuore dell’Eurasia come cerniera tra Cina, Russia ed Afghanistan, le repubbliche dell’Asia centrale stanno sempre di più acquisendo grande rilevanza geopolitica, ed è questa la ragione per cui gli Stati Uniti stanno promuovendo iniziative per mantenere, o ampliare la loro presenza, in maniera variabile a seconda delle realtà presenti, all’interno delle singole repubbliche. Da ciò, logicamente, segue che quanto più i singoli paesi ex-sovietici della regione potranno separarsi da Mosca nella politica, negli affari militari e nell’economia, tanto più, con successo, gli Stati Uniti in particolare e l’occidente in generale, saranno in grado di neutralizzare i tentativi di auto-potenziamento della Russia, se non addirittura arrivando ad attaccarne gli interessi.

La rivista «Fond Strategiceskoj Kultury» sullo sfondo di queste questioni ha pubblicato un’analisi decisamente apprezzabile a cura di Aleksej Pakholin sulla penetrazione di Washington in Tagikistan.

 

Il 5 ottobre, gli Stati Uniti hanno trasferito in Tagikistan un altro lotto di mezzi e attrezzature militari per un valore di oltre 8 milioni di dollari. Si ritiene che questo rifornimento sia destinato a respingere le minacce dall’Afghanistan.

Alla cerimonia di consegna dei mezzi, come comunicato dall’ambasciata USA in Tagikistan, hanno partecipato l’incaricato d’affari degli Stati Uniti Kevin Covert, il presidente del Comitato Nazionale per la Sicurezza, colonnello-generale Sajmunin Yatimov e il comandante dalle Truppe di Frontiera, colonnello Radjabali Rahmonali.

I veicoli trasferiti, comprendenti: macchinari di costruzione, auto e mezzi tattici per pattuglia, comando, ricognizione, ambulanza e altri scopi, sono principalmente destinati alle guardie di frontiera. Si presume, aiuteranno le forze di confine del Tagikistan ad innalzare “moderni ostacoli” sulle vie del narcotraffico nella regione di Khatlon, al confine con l’Afghanistan.

Tale assistenza è già stata fornita più di una volta dagli Stati Uniti al Tagikistan. Ad esempio, nel maggio 2017, l’ambasciata degli Stati Uniti ha trasferito nel paese mezzi e macchinari dal valore di 6 milioni di dollari, compresi: veicoli, apparecchiature per la comunicazione e macchine fotografiche termiche al fine di migliorare le capacità delle guardie di frontiera tagike per contrastare il traffico di droga. Le forniture sono state finanziate tramite il Central Anti-Drug Program (CENTCOM) degli Stati Uniti, in base al quale, dal 2006, il Tagikistan ha già ricevuto oltre 155 milioni di dollari. Gli Stati Uniti hanno finanziato l’acquisto di costosi macchinari, di veicoli, la formazione degli operatori tagiki alla sicurezza e la creazione d’infrastrutture.

Tuttavia, questa assistenza apparentemente gratuita presenta due stranezze. Innanzitutto è finanziata da CENTCOM, il comando congiunto delle Forze Armate statunitensi, responsabile della pianificazione di operazioni e del comando delle forze americane in Medio Oriente, Asia centrale e Africa orientale. Lo stesso CENTCOM finanzia progetti informativi su Internet come “Caravanserai” (in russo, uzbeko e inglese), finalizzati ad un confronto con la Russia. In secondo luogo, gli Stati Uniti hanno fornito al Tagikistan attrezzature per proteggere il confine con un paese, l’Afghanistan, che l’esercito americano occupa dal 2001 (ufficialmente – per la lotta al terrorismo). Inoltre, l’assistenza militare americana al Tagikistan è fornita per la lotta alla droga, la cui produzione, in condizioni di presenza militare americana sul posto, è decisamente aumentata, raggiungendo proporzioni senza precedenti.

L’interesse degli Stati Uniti in Tagikistan è dovuto dal fatto che questo paese ha un lungo confine (1.344 km) con l’Afghanistan, paese dal quale gli americani non hanno alcuna intenzione di andarsene. Questo interesse è certamente di natura militare. L’11 maggio di quest’anno, in Tagikistan è giunto il comandante del Comando Centrale degli Stati Uniti, generale Joseph Votel, che ha tenuto colloqui con il presidente Emomali Rahmon, così come col ministro della Difesa Sherali Mirzo, il suo primo vice, capo di Stato Maggiore Emomali Sobirzoda e col capo delle Truppe di Confine Radjabali Rahmonali.

Secondo Votel, gli Stati Uniti e l’Afghanistan sono legati da molti interessi comuni, come la sicurezza delle frontiere e la sovranità. Quando parla di sovranità, in relazione alle repubbliche dell’ex-URSS, Washington intende, non tanto la loro indipendenza, quanto il loro distacco dalla Russia e dalle associazioni interstatali dove aderisce la Russia stessa (l’Unione Economica Eurasiatica, l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva). Se ciò è stato possibile in Ucraina, allora perché non con le repubbliche dell’Asia centrale? Il fatto che il Tagikistan non faccia parte dell’Unione Economica Eurasiatica, dal punto di vista di Washington, è un indubbio vantaggio. Le questioni principali, di maggior interesse, per Votel durante i suoi colloqui con l’esercito tagiko a Dushanbe sono state: “garantire la sicurezza alla frontiera” e “sostenere la stabilità regionale”.

Washington ha respinto tutte le accuse riguardo al peggioramento della situazione sul confine tra Afghanistan e Tagikistan e al trasferimento dalla Siria e dall’Iraq, nel Nord dell’Afghanistan, di militanti dello Stato Islamico messi al bando in Russia (le notizie di tale trasferimento sono state ripetutamente trattate dai media russi).

Negli ultimi anni, in Tagikistan, gli Stati Uniti hanno attivamente ampliato vari programmi indirizzati alle Forze di Polizia. Così, l’ambasciata americana, il 3 ottobre, ha riferito di un incontro del responsabile d’affari americano Kevin Covert (persona che sa parlare russo e ucraino) col generale Farhod Shodmonzoda, coordinatore del programma di riforma della Polizia per il Ministero degli Interni, e con il leader della comunità del distretto di Vanj nella regione autonoma del Gorno-Badakhshan.

Lo scopo dell’incontro era discutere l’appoggio a gruppi di partenariato tra la Polizia e la comunità del distretto di Vanj per combattere “l’estremismo e il radicalismo”. Gli Americani partecipano a questo progetto dell’ambasciata USA come parte del programma di assistenza alla Polizia, indirizzato: «al miglioramento della potenzialità del Ministero degli Interni nel servizio ai cittadini, al mantenimento dello Stato di diritto e all’aumento della fiducia dei cittadini verso la Polizia». Il lancio di questo programma ha permesso all’ambasciata americana di creare in Tagikistan 27 gruppi di partenariato tra Polizia e comunità e 44 centri di servizi di polizia.

Il gruppo, costituito dall’ambasciata statunitense nel distretto di Vanj, comprende: il vice-presidente del distretto, il capo del dipartimento degli Affari interni, l’imam locale, un rappresentante del dipartimento distrettuale per gli Affari della gioventù e gli imprenditori locali. Tutti loro, in un modo o nell’altro, incidono sulla situazione del distretto. Il Gorno-Badakhshan è strategicamente importante per il Tagikistan: isolato geograficamente dal territorio principale della regione, è caratterizzato da una particolare composizione etno-linguistica e confessionale della popolazione. La maggior parte dei suoi abitanti sono pamiri-ismailiti che parlano lingue orientali iraniane. Il Badakhshan ha una lunga frontiera con l’Afghanistan. Durante la guerra civile del 1992-1997 la regione si oppose a Dushanbe, fatto, che la gente del posto non ha certamente dimenticato.

Gli Stati Uniti collaborano col Tagikistan nella cornice del formato “C5+1”: una piattaforma per valutare i problemi regionali dell’Asia centrale senza la partecipazione della Russia. L’ultimo incontro di questo formato si è tenuto dal 20 al 23 luglio ad Almaty. I lavori sono stati organizzati in tre gruppi: relazioni economiche, ambiente e sicurezza. Il gruppo relativo all’economia era diretto dall’assistente del segretario di Stato per gli affari economici e commerciali Manisha Singh, quelli per l’ecologia e la sicurezza dal vice-segretario di Stato per l’Asia centrale, Henry Enscher.

Il mantenimento della presenza militare statunitense in Afghanistan, l’aggravamento delle relazioni degli Stati Uniti con la Russia e il Pakistan, rendono l’Asia centrale sempre più importante per gli Americani. L’obiettivo statunitense sul lungo termine sarà quello di staccare i paesi dell’Asia centrale dall’orbita della Russia, per ridurre il più possibile la sfera d’influenza russa nell’Eurasia interna.

La costruzione della “Nuova Via della Seta”, che svilupperà le infrastrutture di trasporto e i legami commerciali ed economici delle ex-Repubbliche sovietiche dell’Asia centrale in direzione Sud, può servire da pretesto per la destabilizzazione della regione esportandovi l’instabilità dall’Afghanistan.

Fonte: Fond Strategiceskoj Kultury

Articolo redatto e tradotto da Eliseo Bertolasi, ricercatore associato dell’IsAG.