La situazione in Libia. Lo scenario attuale e gli interessi italiani

da | Set 30, 2018 | Italia, Medio Oriente e Nord Africa, Primo Piano |

A sette anni dalla caduta di Gheddafi, la Libia è ancora un paese diviso e afflitto da una guerra civile, le cui ricadute preoccupano la comunità internazionale e, in particolare, l’Italia. Gli scontri tra milizie avvenuti negli ultimi giorni di agosto, infatti, hanno messo a dura prova il governo di Tripoli, il quale, seppur sostenuto dalla comunità internazionale, non riesce ad avere la meglio su quello rivale insediato a Tobruk e sulle numerose milizie il cui business illegale continua a fiorire indisturbato. Considerando i legami commerciali e la vicinanza geografica dell’Italia con la sua ex colonia, la stabilizzazione della Libia e una particolare attenzione per il benessere della sua popolazione continuano ad essere delle traiettorie che la politica estera del nostro paese deve continuare a perseguire per tutelare i suoi interessi.

A che punto siamo in Libia?

In Libia è in corso una guerra civile dal 2011, anno in cui il regime del colonnello Muammar Gheddafi, al governo del paese dal 1969, venne rovesciato dall’intervento della comunità internazionale in seguito allo scoppio delle proteste riconducibili al fenomeno regionale della cosiddetta “Primavera Araba”. Al giorno d’oggi, la Libia è un paese privo di un governo in grado di controllare efficacemente il suo territorio. La debolezza delle istituzioni statali è dimostrata dall’esistenza di due governi rivali, l’uno con sede a Tripoli e l’altro con sede a Tobruk. Mentre il primo è capeggiato da Fayez Al-Serraj, insediatosi a Tripoli nel marzo 2016 con il supporto della comunità internazionale, il secondo sopravvive sotto l’egida dell’Esercito nazionale libico guidato dal generale Khalifa Haftar, ex-braccio destro di Gheddafi prima di diventare leader della rivolta contro il Rais in Cirenaica e che oggi gode del supporto di Russia, Egitto ed Emirati Arabi Uniti (Profazio, 2017). Il vuoto di potere creato dal crollo del regime del Colonnello è stato inoltre colmato dalle milizie armate formatesi durante le rivolte, caratterizzate da alleanze instabili con le fazioni in campo. Il ventaglio di azione di tali milizie spazia dal fisiologico sostituirsi allo Stato nel fornire servizi essenziali sul territorio (per esempio, la sicurezza fisica ed economica, l’amministrazione), fino al traffico illegale di armi e di esseri umani (Varvelli & Villa, 2018). Nella città di Tripoli, dove lo scontro tra gruppi armati si è riacceso a fine agosto, esiste un vero e proprio cartello di milizie che, come descritto nel report di Lacher e al-Idrissi, è riuscito ad infiltrarsi nelle istituzioni e a controllarne alcune di estrema importanza come le banche, a cui forniscono sicurezza in cambio di lauti compensi (Lacher & al-Idrissi, 2018). Nella nebulosa dei gruppi armati si sono distinti anche quelli di matrice islamista: milizie riconducibili all’ISIS e ad Ansar al-Sharia sono emerse in città come Sirte, Bengasi e Derna, mentre gruppi vicini ai Fratelli Musulmani e supportati da Qatar e Turchia (Aliboni, 2015) sono stati identificati nell’area di Misurata e Tripoli come parte della coalizione a sostegno del governo di Al-Serraj.

Le principali milizie sul territorio libico (Fonte: Internazionale)

La parabola di uno Stato diviso

Le cause scatenanti e più prossime della situazione osservabile al giorno d’oggi possono essere fatte risalire al 2011, quando lo scoppiare della cosiddetta “Primavera Araba” in Nord Africa e poi Medio Oriente innescò un processo di rivolgimenti politici che, nel caso della Libia, come anche di Siria, Iraq e Yemen, portò allo scoppiare di una guerra civile. Tuttavia, non bisogna dimenticare che il caos che caratterizza oggi il paese ha radici molto più profonde, riconducibili, come per molti altri paesi del sud del mondo, all’epoca coloniale e ad un mancato completamento del processo di nation-building. Colonia italiana dal 1911, la Libia è nata come Stato unitario ed indipendente nel 1951, ma indebolito sin dal principio dalla presenza di forze centrifughe provenienti dal perdurare di forti e distinte percezioni identitarie legate alle tre principali regioni del paese: il Fezzan a sud, la Tripolitania ad ovest e la Cirenaica ad est (Cricco, 2011). In particolare, mentre la Tripolitania si sente più affine al Maghreb e vicina all’Europa per via del suo rilevante traffico commerciale con la sponda settentrionale del Mediterraneo, la popolazione della Cirenaica, caratterizzata da solidi legami tribali e da un più forte orientamento religioso, si considera più prossima all’Egitto (International Crisis Group, 2011).

Le tre principali regioni della Libia (Fonte: New York Review of Books)

Al di là delle diverse percezioni identitarie della popolazione, anche l’ingente quantità di petrolio presente nel paese gioca un ruolo importante nel mantenere la Libia uno Stato diviso. L’esistenza del tale risorsa energetica, infatti, costituisce una vera e propria oil curse (Ross, 2012): essa, infatti, contribuisce non solo a mantenere la tenacia di regionalismi interni, ma anche ad attrarre l’ingerenza di attori esterni intenzionati a sfruttare la ricchezza di cui la Libia dispone. Per questo motivo, lo scoppio della Primavera Araba nel 2011 ha destato un’accresciuta competizione tra gli Stati interessati allo sfruttamento del petrolio libico, questione in cui l’Italia si è ritrovata particolarmente coinvolta per via della decennale presenza di ENI in Libia.

La “Primavera Araba” e l’intervento della NATO – Le proteste, ispirate a quelle scoppiate precedentemente in Tunisia ed Egitto contro i rispettivi regimi, iniziarono a metà febbraio 2011: i libici manifestavano contro il regime repressivo di Gheddafi, accusato di gestire male il paese e le sue ricchezze (International Crisis Group, 2011). Il Colonnello, determinato a rimanere al potere, soffocò la rivolta nel sangue (Amnesty International, 2011), provocando la morte di centinaia di protestanti (La Repubblica, 2011). In seguito agli scontri tra la fazione fedele al Colonnello e quella dei ribelli e le pressioni di Regno Unito e Francia, la convenzione 1973/2011, promulgata dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU il 17 marzo 2011, autorizzò la comunità internazionale ad intervenire con “tutte le necessarie misure per proteggere i civili sotto attacco” (United Nations Security Council, 2011). Se l’obiettivo dichiarato dell’intervento era quello di imporre un cessate il fuoco immediato, la missione, inaugurata il 19 marzo da Francia, Stati Uniti e Regno Unito e capeggiata successivamente dalla NATO sotto il nome di “Operation Unified Protector” (NATO, 2012), si concretizzò in un sostegno per le forze anti-Gheddafi, che, riunite nel Consiglio Nazionale di Transizione, vennero riconosciute internazionalmente come l’unico rappresentante del popolo libico. La prima fase della guerra libica si sarebbe così conclusa a metà ottobre 2011, con le forze di Gheddafi ridotte allo stremo, l’uccisione del Colonnello a Sirte e la proclamazione da parte del Consiglio Nazionale di Transizione della “liberazione” della Libia.

Dopo il 2011: la guerra delle milizie e il sorgere delle “due Libie” – La seconda fase della guerra civile libica, successiva al collasso del regime di Gheddafi, è ancora in corso. Gli attori in campo sono molteplici, come anche gli interessi in gioco. Una volta crollato il regime del Colonnello, milizie armate provenienti da entrambi i fronti o mosse da interessi tribali cominciarono ad approfittare del vuoto di potere venutosi a creare con l’uccisione del Rais. Le prime elezioni libere dopo 42 anni di dittatura, tenutesi a luglio 2012 per scegliere i componenti del Congresso Nazionale, non fermarono le violenze, né permisero la formazione di governi che fossero tanto forti da poter imporre il proprio controllo sul territorio. Dalle elezioni del 2014, l’affermarsi dei due governi di Tripoli e Tobruk ha portato all’emergere di due Stati paralleli, con istituzioni proprie. A questi due governi, si era opposto anche un terzo di matrice islamista, il cosiddetto Governo di salvezza nazionale, capeggiato da Khalifa al Ghwell con sede a Tripoli, che però ha cessato le proprie attività nell’aprile 2016 cedendo al governo di Al-Serraj (Il Fatto Quotidiano, 2016).

Al giorno d’oggi, nonostante i numerosi sforzi fatti a livello internazionale, non si è ancora riusciti a raggiungere un accordo sul futuro della Libia. Il governo di Tripoli, infatti, nonostante il supporto dell’ONU, non può ottenere il pieno controllo del territorio libico a causa del mancato appoggio del governo di Tobruk e della fazione di Haftar, uomo forte della Cirenaica, su cui esercita un controllo effettivo, al contrario di Al-Serraj su Tripoli. Come conseguenza dell’impossibilità di esercitare un controllo statale unitario sul territorio, le numerose attività illegali e criminali portate avanti dalle milizie, tra cui il traffico di armi e la violazione dei diritti umani dei numerosi migranti che giungono in Libia per imbarcarsi alla volta dell’Europa, complicano una crisi le cui ricadute sono particolarmente tangibili sulla sponda settentrionale del Mediterraneo e, di conseguenza, in Italia.

Le ricadute dell’instabilità libica sul Mediterraneo settentrionale

Nonostante la pretesa di agire in modo unitario attraverso l’azione multilaterale dell’ONU, la comunità internazionale si è dimostrata molto divisa sulla questione libica, soprattutto per quanto riguarda la questione dei migranti. La tratta degli esseri umani, basata su una catena di montaggio che dall’Africa Subsahariana attraversa la Libia per arrivare in Italia, e dunque in Europa, è infatti uno dei temi più dibattuti dall’opinione pubblica europea ed italiana. La tratta dei migranti costituisce per le milizie libiche il secondo business più profittevole dopo quello del petrolio (Bertolotti, 2017). In una sua analisi per l’Osservatorio Strategico, Claudio Bertolotti fornisce l’esempio della milizia che detiene il monopolio del traffico di migranti africani al confine meridionale della Libia, collegata alla tribù al-Tabu, e che si arricchisce grazie alle ingenti somme di denaro che i contrabbandieri di migranti africani pagano in cambio del transito dei migranti nel paese (Bertolotti, 2017a). Le milizie approfittano della crisi migratoria anche detenendo i migranti prima che riescano ad imbarcarsi per l’Europa, estorcendo soldi alle loro famiglie in cambio della libertà o costringendoli a vendere droga e alla prostituzione. Considerando il fatto che gran parte dei migranti giunti in Italia provengono dalle coste della Libia, il nostro paese necessita non solo di agire sulle conseguenze della crisi migratoria, cioè sugli sbarchi, ma anche su ciò che permette alle milizie di continuare ad arricchirsi attraverso questo business. Risulta chiaro che solo lo stabilimento di un’unica autorità centrale nel paese che controlli efficacemente tutto il territorio possa spezzare la catena di montaggio sulla quale la tratta di esseri umani si basa.

Altro fattore che ha certamente contribuito alla divisione della comunità internazionale nei riguardi della questione libica è la gestione delle risorse petrolifere del paese. Da questo punto di vista, l’Italia è particolarmente coinvolta. Per quanto riguarda la questione energetica, infatti, le economie italiana e libica possono dirsi complementari: grazie anche alla vicinanza geografica, l’Italia ha da sempre rappresentato un acquirente fedele del petrolio libico, fornendo alla Libia non solo un’entrata costante ma anche la tecnologia e il know-how necessari per sfruttare le sue risorse energetiche (Sanguini & Varvelli, 2018). Protagonista di questa partnership è l’ENI, presente in Libia dal 1959 come uno dei più importanti interlocutori della National Oil Corporation libica, in join venture con l’azienda italiana. Le attività di ENI, e in generale tutte quelle connesse al settore petrolifero, sono tuttavia messe in pericolo sia dai continui scontri tra le milizie, che si autofinanziano anche grazie al contrabbando di petrolio, sia dalla rivalità tra i due governi di Tripoli e Tobruk. Nonostante le principali attività di ENI siano concentrate nell’area governata da Al-Serraj, è necessario tenere conto che Haftar gode di un potere più effettivo in Cirenaica e che, nel caso dovesse riuscire a estendere il suo controllo sui pozzi ora sotto il governo di Tripoli, gli interessi di ENI sarebbero gravemente danneggiati. La questione petrolifera ha inoltre avuto un’altra conseguenza sulla politica estera italiana, ossia quella di instaurare un’atmosfera di sfiducia nei rapporti con la Francia. Ultimamente, infatti, molte sono le voci che suggeriscono l’esistenza di un supporto francese non ufficiale del generale Haftar. Parigi, infatti, starebbe cercando di approfittare della crisi libica per espandere i suoi spazi di manovra nello scenario futuro di un restaurato Stato libico, il cui valore strategico sarebbe non solo collegato alla sua ricchezza petrolifera ma anche alla sua posizione geografica di connessione con il Sahel, dove la Francia ha una posizione di preminenza.

La questione petrolifera, tuttavia, non è l’unica a legare a doppio filo l’economia italiana a quella libica. Nonostante l’Italia continui ad essere il primo partner economico della Libia, essendo meta principale delle sue esportazioni e il suo terzo paese fornitore (2012) (Info Mercati Esteri, 2018), gli interessi delle numerose aziende italiane presenti nel paese sono a rischio. Prima del crollo di Gheddafi nel 2011, le aziende italiane attive in Libia erano circa 100, impegnate soprattutto nei settori delle costruzioni, dell’ingegneristica, dell’impiantistica industriale e del settore petrolifero (Ibid.). Con la caduta del colonnello, solo il 70% delle aziende operanti in Libia prima del 2011 sono rientrate nel paese e, di queste, solo la metà ha ripreso a produrre, mentre l’altra metà ha sofferto della mancata riattivazione dei contratti con gli enti pubblici per via dell’instabilità politica del paese (Info Mercati Esteri, 2018). Oggigiorno, oltre alla consapevolezza dei danni provocati a tali aziende dalla guerra civile, si teme che il futuro governo del paese possa ritorcersi contro gli interessi italiani. Tale preoccupazione è fondata sul fatto che il governo Al-Serraj, cioè quello su cui si basano i contratti delle aziende italiane con gli enti pubblici libici, non sembra riuscire a rafforzare il suo controllo né su Tripoli né sul resto della Libia. Al contrario, l’uomo forte in Libia è il generale Haftar, che più volte si è espresso contro la presenza italiana nel paese. Considerando la debolezza del governo Al-Serraj, che a stento riesce a tenere sotto controllo le milizie su cui si appoggia per controllare Tripoli, la preoccupazione principale degli imprenditori del nostro paese è che la guerra civile possa portare al potere un governo con posizioni contrarie agli interessi italiani.

Altro pericolo rappresentato dalla crisi libica per l’Italia è, infine, quello della criminalità. In generale, la mancata affermazione di un governo che goda dell’appoggio di tutti gli attori presenti sullo scenario libico si traduce in uno scarso controllo territoriale, che crea terreno fertile per il fiorire di traffici illeciti ed attività criminali che coinvolgono in modo particolare la sponda settentrionale del Mediterraneo. Un semplice e recente esempio di come tali attività possono giungere fino alle nostre coste è il caso della Caprera, nave della Marina Militare italiana impegnata nel contrasto allo sbarco dei migranti in Libia e scoperta lo scorso luglio a contrabbandare 700 kilogrammi di sigarette (La Repubblica, 2018). Il contrabbando di sigarette è uno dei meno gravi, se si prendono in considerazione anche quello delle armi, della droga e degli esseri umani. Allo stesso tempo, è importante considerare che tra le attività criminali si annoverano anche quelle collegate al terrorismo, pericolo presente in Libia sotto forma dei gruppi collegati allo Stato Islamico, che spesso si è pronunciato favorevole ad un attacco nei confronti dell’Italia (Il Corriere della Sera, 2017).

Direzione stabilità

Per concludere, la priorità della comunità internazionale, come anche dell’Italia, è quella di riportare la stabilità in Libia, non solo per ovviare alle problematiche che la crisi ha portato in Europa ma anche per porre fine alle sofferenze della popolazione del paese. La riappacificazione delle fazioni in campo si potrà raggiungere solo attraverso negoziazioni che coinvolgano tutte le parti interessate alla crisi libica, e non solo quelle che dimostrino la volontà di farlo. Secondo Armando Sanguini e Arturo Varvelli, analisti all’ISPI, l’Italia è in una posizione privilegiata “per avviare una iniziativa regionale che coinvolga i paesi maggiormente interessati alla crisi libica” (Sanguini & Varvelli, 2018). Il nostro paese, infatti, potrebbe svolgere il ruolo di ponte tra le due sponde del Mediterraneo, come anche coinvolgere i sostenitori internazionali delle varie fazioni in campo (pro-Haftar: Egitto, Russia, Emirati Arabi; pro-Tripoli: Turchia, Qatar) con cui intrattiene buoni rapporti. Inoltre, è l’unico paese ad aver mantenuto l’ambasciata a Tripoli e, nonostante le divergenze, ha un dialogo aperto con il generale Haftar. Tale azione di mediazione dovrebbe comunque essere eseguita all’interno del framework comunitario su cui l’azione dell’ONU si poggia. In questo senso, la prima preoccupazione italiana dovrebbe essere quella di facilitare il raggiungimento di un accordo in seno all’Unione Europea riguardo la strategia da adottare nei confronti della questione libica. Si dovrebbe dunque trovare un compromesso con la Francia di Macron, il cui tentativo di rafforzare i propri interessi in Libia attraverso il suo non ufficiale sostegno di Haftar sta mettendo ancora una volta in dubbio la comunità di intenti che dovrebbe regnare in Unione Europea. Tenendo in considerazione la debolezza del governo di Tripoli in confronto a quello di Haftar, la ricerca di un compromesso con la Francia non dovrebbe essere considerata come un atto di arrendevolezza, ma come una scelta strategica a tutela degli interessi del nostro paese come anche dell’armonia dell’Unione Europea.

Ilaria Guidoni è laureanda in Scienze Internazionali (Università di Torino)