Ri-conoscere il nemico. Per risolvere la violenza in Messico bisogna saperla interpretare

da | Dic 3, 2018 | America Latina, Primo Piano

In questo articolo si prenderà in considerazione la situazione di insicurezza e violenza generalizzata che affligge il Messico da decenni: comunemente associata alla presenza pervasiva del narcotraffico, questa crisi è in fondo risultato di processi ben più articolati. Gli obiettivi sono due, complementari l’uno all’altro: da un lato, analizzare il contesto locale, politico ed economico, messicano, dall’altro, usando quest’analisi come “pretesto”, invitare ad una riflessione a più ampio raggio, che provi a mettere in discussione i discorsi e le rappresentazioni del mondo cui ci siamo adattati, invitando a ripercorrere, con un occhio critico e storico, lo sviluppo delle dinamiche che ha portato all’insorgere delle crisi cui stiamo assistendo oggi. Questo genere di analisi si pone nell’ottica di invitare al ripensamento degli strumenti, teorici e pratici, cui ci siamo affidati per generazioni nella risoluzione e gestione dei conflitti. L’intrattabilità di alcuni di essi, a uno sguardo attento, rivela in realtà una carenza nei mezzi di interpretazione, e quindi di risposta politica alle crisi.

Ad oggi, nel mondo, si stanno svolgendo circa 2.625 conflitti socio-ecologici[1] numero che cresce, letteralmente, di giorno in giorno. Con questo termine si fa riferimento a conflitti sociali scaturiti, ad esempio, da un accesso limitato e/o una distribuzione iniqua delle risorse naturali. I benefici e i costi dello Sviluppo, infatti, si distribuiscono in modo asimmetrico, secondo geografie discontinue[2], creando e consolidando relazioni di potere squilibrate. Questo genere di dinamiche trova la propria ragion d’essere nella relazione intrinseca tra neoliberalismo e violenza. Come evidenziato da Springer (2011, 2012), possiamo considerare le espressioni della violenza come nodi interconnessi lungo un continuum, le cui geografie relazionali rappresentano un complesso intreccio di pratiche economiche, socio-culturali e politiche, locali e globali[3]. A sua volta, il neoliberalismo può essere considerato come un sistema complesso di rationalities, strategie, tecnologie e tecniche mirate a stabilire una mentality of rule che facilita la governance at distance, delineando così un campo discorsivo all’interno del quale l’esercizio del potere è razionalizzato in modo tale da indurre istituzioni e individui a conformarsi alle regole del mercato[4].

La proporzione e la natura di questi conflitti rivelano molto sull’attuale situazione di approvvigionamento e distribuzione dell’energia e delle risorse su scala globale. Un’insaziabile mentalità capitalista ha portato negli ultimi decenni a uno sfruttamento massiccio e sconsiderato delle risorse del pianeta, trasformando così beni primari – che, dato il periodo storico e la tecnologia a disposizione, dovrebbero essere ormai accessibili ai più – in oggetto di violente dispute. Nonostante ciò, la violenza connessa a simili conflitti, e con essa le cause e gli interessi che la motivano, è spesso presentata senza contesto, senza una prospettiva storico-politica, e rappresentata in discorsi[5] parziali, se non addirittura tendenziosi, che rendono difficile l’individuazione degli attori e delle responsabilità. Per quanto estremamente diffusi, questi conflitti vengono ancora troppo spesso trascurati dall’opinione pubblica internazionale che, isolandoli in un’aura di eccezionalità[6], li allontana dalle coscienze individuali e dal dibattito collettivo. Senza cedere alla tentazione di riciclare una terminologia non più attuale – come sarebbe parlare di dependencia neo-coloniale – è bene in ogni caso tener presente la continuità di certi fenomeni, nonché la loro capacità di adattamento alle diverse contingenze storiche. La struttura produttiva, e poi istituzionale, di molti paesi latinoamericani è l’incarnazione del combinarsi, sincronico e diacronico, di relazioni di potere squilibrate, maturate e consolidatesi attraverso i secoli. Queste relazioni, intra ed extra-continentali, hanno condotto alla formazione, spesso eterodiretta, di stati extraverdidos,la cui dependencia nei confronti dei poli del potere si è manifestata tanto a livello politico-economico[7] quanto sul piano culturale e psicologico[8]. Tali dinamiche sono il prodotto di specifici processi di identificazione, arbitrari e in costante assestamento, il cui risultato più potente è la capacità di definire i confini di ciò che è lecito e ciò che non lo è, di ciò che rientra nella norma e ciò che, contraddicendo tale norma, minaccia lo status quo.

L’esplosione di violenza e insicurezza che ha messo in ginocchio il Messico negli ultimi decenni suole trovare giustificazione nelle tensioni tra le organizzazioni del narcotraffico (Drug Trafficking Organizations) e le autorità governative. Un approccio storico e critico alla crisi è però in grado di rivelare la complessità di tale conflittualità al di là delle rappresentazioni mainstream e di illuminare le reali premesse e gli effettivi interessi che ne hanno trainato l’insorgere e lo sviluppo.

In America Latina è in corso un’accelerazione del modello estrattivo[9]. Tale accelerazione ha prodotto processi di resistenza che, nel tentativo di formulare delle alternative al modello egemonico, subiscono regolarmente forme di repressione violenta, attraverso l’uso della forza, l’intimidazione e la manipolazione dei processi della Giustizia. L’attività estrattiva contemporanea esercita, per sua natura, una forza coercitiva, in quanto implica un processo di espansione territoriale che muove forzosamente le popolazioni e ne spoglia il sistema produttivo tradizionale[10]. Esiste dunque una correlazione intrinseca tra l’accelerazione del progetto neoliberale in Messico[11] e la propagazione orizzontale e verticale del crimine organizzato nella vita economica e politica della regione. Lo sviluppo in senso neoliberale, infatti, ha creato le condizioni ideali per la crescita dei cartelli, che seguono la dottrina neoliberista approfittandosi della povertà e della debolezza sociale tanto quanto le corporazioni e le multinazionali[12]. Indicativo di quanto detto, dagli anni Ottanta ad oggi, il Messico ha intrapreso un ambizioso processo di modernizzazione, facendo propri il linguaggio e gli strumenti di istituzioni come la World Bank e il Fondo Monetario Internazionale[13]. L’aspetto interessante è che Sicurezza ed Economia sono discorsi complementari all’interno del sistema di pensiero neoliberale, ma spesso procedono in direzione contraria. Il Messico, negli ultimi cinquant’anni, ha presentato un andamento economico positivo, ma anche un drammatico deterioramento degli indicatori di sicurezza e di grievances sociali[14]. Un dato per sintetizzare: nel paese, PIL e livelli di povertà aumentano contemporaneamente[15].

Avendo parlato qui di sicurezza è bene soffermarsi su una precisazione metodologica. Gran parte dell’analisi presentata in questa sede si rifà al vocabolario e all’approccio formulati dalla Securitization Theory[16]. Questi studi hanno chiarito le dinamiche attraverso cui alcuni aspetti della vita pubblica diventano, attraverso processi performativi non-spontanei, questioni di Sicurezza, nazionale e/o internazionale. La Securitization Theory si occupa di analizzare in che modo, attraverso pratiche discorsive, vengano “costruite” le minacce alla sicurezza nell’immaginario collettivo[17]. A sua volta, tale prospettiva chiama in causa lo studio dei discorsi, dei sistemi di significato e, quindi, del modo in cui la conoscenza e la coscienza sono costruite a livello individuale e collettivo. Il processo di securitization implica lo sviluppo di un discorso che rende legittimo, all’interno di una presunta eccezionalità, l’uso di misure speciali – legali, militari, ecc. Autori della Critical Discourse Analysis hanno offerto indizi e strumenti importanti per l’analisi del contesto messicano, evidenziando le dinamiche interne e transnazionali che condizionano l’immagine pubblica di questo paese[18]. A grandi linee, si può dire che il principale problema del Messico, ovvero il narcotraffico, sia in realtà la conseguenza di, e poi il pretesto per, l’applicazione incondizionata di riforme politico-economiche pre-impostate. Queste, una volta introdotte a forza in un tessuto socio-economico non preparato ad esse, ne hanno inesorabilmente deformato lo sviluppo.

La Guerra al Narco, dichiarata ad inizio mandato da Felipe Calderón (2006), ha messo in ginocchio una popolazione già stanca, senza influire significativamente sulla produzione e commercializzazione di sostanze stupefacenti. Pensata come mossa strategica, volta a ottenere una legittimità che il processo elettorale non gli aveva conferito, la Guerra al Narco fu intrapresa da Calderón anche per soddisfare gli interessi degli investitori stranieri, in particolare nordamericani[19]. La violenza e l’insicurezza generate dall’inefficienza governativa, infatti, stava diventando un problema per gli interessi economici del paese, dissuadendo molti dall’investire in Messico. Calderón trovò la via per “fare pulizia”, non tanto tra i ranghi del narco – che di fatto venne ulteriormente frammentato e disperso – ma in quelle aree del paese dove la presenza di popolazioni rurali e indigene ostacolava l’avanzata del progresso[20]. Non a caso, se dal punto di vista della sicurezza sono stati raggiunti risultati controversi, da un punto di vista capitalistico gli effetti “positivi” sono stati evidenti[21].Ciò che di fatto la Guerra al Narco ha implicato è stata una sempre più massiccia militarizzazione e la generazione di un insecurity dilemma[22]. Ciò ha significato una perdita di legittimità da parte delle forze armate, e quindi dello Stato. Su queste premesse, la violenza ha raggiunto livelli senza precedenti, toccando il suo picco nel 2017, l’anno più violento dell’ultimo ventennio[23].

Al fine di dare maggior coerenza a questa analisi, è bene tener presente il significato che si sta qui attribuendo al concetto di violenza, che non si limita alla mera individuazione di manifestazioni puntuali, bensì al sistema di relazioni e alle pratiche discorsive che motivano e sostentano determinati episodi. Sulla linea di Springer, a sua volta “erede” di Galtung, possiamo individuare almeno tre tipi di violenza, diversi eppure complementari: la violenza come manifestazione direttamente osservabile di una forza fisica (1), le implicazioni più diffuse della coercizione che risultano dai nostri sistemi politici ed economici – violenza strutturale (2) – e la produzione discorsiva di un sistema di dominio in cui ai soggiogati viene impedito di produrre da e per sé le categorie che permetterebbero loro di riconoscere la propria subordinazione – violenza simbolica (3)[24]. All’interno della realtà messicana, le tre forme di violenza presentate da Springer trovano riscontro concreto: violenza generalizzata, pubblica e privata (1); disuguaglianze socio-economiche, spartizione ineguale della giustizia e accesso selettivo alla vita politico-economica (2); silenziamento delle voci dissenzienti, siano esse di giornalisti[25], attivisti o difensori dei diritti umani[26], e controllo totalitario della produzione di informazione, conoscenza e cultura (3). Non sorprende, quindi, che in questo paese si stiano svolgendo 88 dei 2.625 conflitti socio-ecologici registrati da EJAtlas.

L’inadeguatezza del discorso mainstream, che vede nel narcotraffico la causa ultima del malessere della regione, si manifesta proprio nell’incoerenza tra intenzione ed azione: le Drug Trafficking Organizations si nutrono di una logica utilitarista, motivo per cui il modo più efficace di debilitarle sarebbe minacciarne le fonti di capitale. D’altra parte, dato l’alto livello di contaminazione tra economia legale e illegale nella regione, attaccare il denaro del narco costituirebbe una minaccia per l’intero apparato produttivo-commerciale. Negli ultimi vent’anni, contrariamente alle promesse governative ma in linea con la mentalità neoliberale, criminalità economica ed economia criminale sono cresciute insieme, in una logica di interdipendenza. Il narco e, in generale, le DTOs sono i figli illegittimimi del progresso neoliberale e della sua logica capitalista. La Drug War combina strategie di terrore con processi di policy-making in un mix neoliberista, aprendo a forza nuovi spazi, sociali e territoriali, per l’avanzata del progetto capitalista[27]. Le diverse misure politiche intraprese dai governi della regione contro le DTOs possono pertanto intendersi come forme di penalizzazione – e in certi casi persino di eliminazione – di quegli individui e gruppi esistenti, almeno in parte, al di fuori del sistema capitalista. Non a caso, tra i risultati più evidenti di tali politiche vi è il dislocamento forzato dei proprietari terrieri comunali e la distruzione del tessuto sociale, possibili tramite una contaminazione tra strategie di terrore e politiche di controllo sociale[28].

Nella sua specificità – per posizione geo-politica ed economica, a cavallo tra due emisferi e snodo obbligatorio per un ampio network di comunicazioni transnazionali, di esseri umani, merci e informazioni – il Messico non è però eccezionale, e molto di quello che sta accadendo da una ventina d’anni in questo paese non è altro che la riproduzione di politiche di sicurezza già applicate in America Latina. Il narcotraffico messicano è un fenomeno relativamente recente e non è sorto spontaneamente. La sua comparsa fu in gran parte motivata dalla necessità di trovare nuove rotte per il mercato della droga colombiano quando, negli anni Ottanta, questo venne preso di mira, politicamente e militarmente, dagli Stati Uniti. Esiste una quasi perfetta simmetria tra le politiche di sicurezza – e poi economiche – incentivate dagli Stati Uniti in questi due paesi e il miglior esempio di ciò sono il Plan Colombia e l’Iniciativa Merida (originariamente Plan Mexico).

Il Plan Colombia (2000) prevedeva una collaborazione di sei anni tra Stati Uniti e Colombia per ridurre la produzione e il traffico di cocaina. Tra il 2000 e il 2012, il Governo degli Stati Uniti ha utilizzato più di 8 miliardi di dollari per sostenere l’iniziativa, eppure il commercio di droga non ha subito perdite significative[29]. Ciò che l’iniziativa ha veramente provocato è stata la distruzione del tessuto socio-economico del paese, attraverso una strategia di guerra e terrore rivolta alle popolazioni rurali e indigene, che più di tutti hanno subito violenza, fisica e simbolica[30]. Con gli anni è diventato chiaro che la militarizzazione del narcotraffico rappresentava solo il primo passo verso una collaborazione economico-commerciale tra i due paesi[31]. Il Plan Colombia ha consentito, attraverso un uso generalizzato della forza, il controllo diretto sulla popolazione e il territorio e, in un secondo momento, attraverso la creazione di un vincolo di dipendenza finanziaria e politica, la possibilità di ristrutturare dall’interno l’apparato istituzionale colombiano, nonché il suo sistema produttivo. Qualcosa di simile è successo in Messico nel 2007, con l’Iniciativa Merida. Discussa segretamente tra Bush e Calderón, l’iniziativa venne presentata al mondo come una partnership per la sicurezza regionale, un programma di assistenza reciproca e collaborazione tra Stati Uniti, Messico e altri paesi centroamericani per combattere la criminalità organizzata. Il coinvolgimento degli Stati Uniti era però, anche in questo caso, “interessato”: i grandi poteri corporativi stavano esprimendo preoccupazione per i loro profitti in declino a causa di un’insicurezza sempre più marcata[32]. La conferma delle somiglianze tra i due progetti è emersa con il mandato Peña Nieto (2012-2018), il cui governo ha dimostrato una chiara preoccupazione per l’immagine internazionale del Messico. Il secondo rapporto governativo si sforzò di presentare il paese come un luogo sicuro e rispettoso dei diritti umani, promuovendo così gli investimenti stranieri e mettendo in luce le opportunità create dalle riforme, in senso neoliberale, dell’apparato socio-economico nazionale[33].

Il concetto di War on Drug, peraltro, è molto simile, per ideologia e strumenti, a quello di War on Terror. Secondo Radcliffe (2007), sotto le pressioni diplomatiche generate dall’11 settembre, diversi paesi latinoamericani sono tornati ad essere – sotto lo sguardo condiscendente o minaccioso degli Stati Uniti – palcoscenico di politiche discriminatorie e razziste nei confronti delle comunità indigene. La dicotomia Us vs. Them, civilizzati vs. non-civilizzati, ha giocato il ruolo principe nella costruzione di tali discorsi, congelando l’immaginario collettivo dentro polarità sempliciste e manichee. In Messico, dove la presenza indigena è tutto fuorchè trascurabile – per numero e forza della tradizione – la resistenza all’avanzata capitalista, o quanto meno la pretesa di un’avanzata più equa, è stata classificata sotto la macro-categoria di minaccia globale. Le due conseguenze più immediate sono state, da un lato, la militarizzazione dell’economia[34], laddove forze armate regolari e non si sono spesso “vendute” come guardie di sicurezza agli interessi economico-finanziari – legali e non – e dall’altro, una sempre più sistematica criminalizzazione delle voci dissenzienti, in primis quelle dei giornalisti e dei difensori dei diritti umani[35]. In quelle geografie discontinue cui si faceva riferimento all’inizio si creano dunque “spazi vuoti”, al confine tra legalità e illegalità, l’a-legalità dei quali permette l’esercizio di pratiche non convenzionali, extragiudiziali, lontane dallo sguardo della comunità internazionale, eppure estremamente efficaci. In Messico come altrove, le definizioni di concetti quali “gruppi ostili”, così come i criteri per lo stato di emergenza, sono deliberatamente imprecisi. In questo modo le forze militari possono mobilitarsi per fronteggiare azioni di protesta che normalmente non giustificherebbero un dispiegamento militare nazionale[36].

È legittimo chiedersi in che modo uno Stato come quello messicano sia riuscito a perpetrare per decenni politiche di terrore e silenziamento così efficaci. Lo Stato moderno – il garante della sicurezza attraverso la centralizzazione dell’uso della forza, legale e fisica, all’interno dei confini territoriali[37]– ha subito momenti di radicale trasformazione – nelle sue funzioni, processi e obiettivi – dovendosi adattare agli standard della globalizzazione. Tuttavia, questo non ha necessariamente implicato la scomparsa dello Stato, bensì piuttosto un processo di adattamento e di mimesi. Come evidenziato da Merchand (2015) e Garay (1999), alcuni Governi sono stati in grado di rispondere alle nuove richieste del mercato sacrificando selettivamente la sicurezza di specifiche sezioni della propria popolazione. Il concetto di accumulation by dispossession[38] permette di capire come, dipendenti dall’esportazione delle loro risorse e sopraffatti dalla velocità del progresso capitalista, questi Stati stiano di fatto cedendo la propria sovranità sulle risorse nazionali al settore privato[39], aumentando inevitabilmente il divario tra cittadini e politica, tra cittadini e cosa pubblica. Grazie al suo monopolio sull’uso della violenza e alla sua definizione di legalità, lo Stato svolge un ruolo cruciale nel sostenere e promuovere questi processi: esso impiega dunque le proprie istituzioni per dare legittimità agli interessi privati[40]. Lo Stato messicano, nella sua apparente fragilità, ha saputo utilizzare gli strumenti a propria disposizione per trasformarsi, abbandonando il ruolo di garante della sicurezza dei cittadini e facendo propria la parte di mediatore tra gli interessi degli investitori – nazionali e internazionali – e la realtà socio-ambientale nazionale, spesso e volentieri a scapito della seconda.

Quanto affermato fin qui trova supporto concreto in alcune recenti riforme, che hanno trovato compimento nel Governo Peña Nieto, ma che sono il frutto di politiche maturate nel corso di diversi mandati (PRI e PAN). Senza dover andare troppo lontano nel tempo, la Ley de Seguridad Interior, approvata dalla Camera dei Deputati nel novembre 2017, ha scatenato forti reazioni già nelle ultime settimane del 2017, suscitando le preoccupazioni della Comisión Nacional de los Derechos Humanos[41] e dell’ONU-DH, che ha pubblicato un elenco di 14 ragioni per cui la Ley non dovrebbe essere approvata[42]. Lungi dal porre le basi per un più efficace perseguimento della giustizia, la legge è ambigua nel definire le sue intenzioni e i suoi obiettivi. Abbattendo i confini tra le competenze della polizia e dell’esercito e non fornendo adeguati checks and balances per il rispetto dei diritti umani, essa finisce per promuovere un atteggiamento di de-responsabilizzazione e impunità. La riforma apre la strada a un’ulteriore militarizzazione del paese, nonché a potenziali violazioni dei diritti dei cittadini e delle comunità. Ciò è particolarmente evidente se si considera che, quasi negli stessi giorni, il Senato messicano approvava la Ley General de Biodiversidad[43]. Le due leggi convergono verso l’obiettivo comune di privatizzare le risorse nazionali e renderle vendibili sul mercato[44]. Entrambe, inoltre, riconfermano la sostanziale mancanza di interesse per le popolazioni locali e la preservazione ambientale[45], incoraggiando nuovamente pericolose sovrapposizioni di significato – tra dissenso e criminalità, ad esempio.

In America Latina le leggi per la protezione dell’ambiente e dei diritti umani sono deboli e difficilmente rispettano gli standard internazionali. Anche laddove esistano contrappesi legali, questi vengono raramente rispettati. A dettare legge, nella pratica, sono spesso le élite economico-finanziarie, simboliche eredi dei colonialisti, che hanno imparato a usare la sicurezza – o insicurezza – di certe aree a proprio vantaggio, trasformandola in pretesto o giustificazione per il ricorso a misure estreme. Il potere degli investitori si è consolidato nella regione latinoamericana a partire, di nuovo, dagli anni Ottanta, con il discorso sulla Responsabilidad Social Corporativa (CSR) e la creazione del Pacto Global[46].

Prendendo in prestito le voci della Securitization Theory e della Critical Discourse Analysis, questa analisi ha cercato di scavare sotto la superficie di un malessere che è stato, dalle sue origini, travisato e censurato in modo selettivo. L’obiettivo era riscoprire le radici ultime, le cause e gli interessi intorno ai quali la violenza socio-economica e politica di questo paese ha preso forma. Si è scoperto come il conflitto messicano sia stato manipolato, con parole e fatti, per nascondere la sua vera natura, una natura che trova la sua ragion d’essere in una mentalità neoliberale totalizzante e onnicomprensiva, in grado di mettere a tacere le coscienze individuali e collettive, e quindi di marginalizzare interpretazioni e proposte alternative. Si può dunque parlare di conflitto neoliberale, in cui ragioni economiche e di sicurezza si sovrappongono in modo fuorviante, minando la possibilità stessa di comprendere, e quindi di agire su, questa realtà.

Questo articolo è stato anche pensato come strumento per meglio interpretare il Plan de Nación di Andres Manuel Lopez Obrador (AMLO), neoeletto presidente per il mandato 2018-2024. Vincendo le elezioni dello scorso luglio, AMLO ha segnato una tappa storica per la politica messicana. L’eccezionalità di queste elezioni risiede, da un lato, nella mobilitazione civile che le ha accompagnate e nella sorprendente  affluenza alle urne, dall’altro, nei risultati stessi del voto, che hanno interrotto una continuità politica, o per meglio dire una stasis, dominata, fin dagli anni Venti del secolo scorso, dal PRI, con una breve interruzione durante i mandati Fox e Calderon (PAN) – durante i quali, d’altra parte, il discorso e le politiche del governo non hanno subito significative variazioni. Il Proyecto de Nación del nuovo presidente si concentra su otto punti: sradicare la corruzione e rilanciare il sistema giudiziario; garantire opportunità di lavoro, educazione e salute attraverso progetti di sviluppo; garantire il rispetto e la promozione dei diritti umani; rigenerazione etica della società per migliorare la relazione tra individui e collettività; trasformazione della guerra al narcotraffico attraverso quattro assi della giustizia transizionale – verità, giustizia, riparazione del danno e garanzia di non ripetizione dei crimini; recupero del controllo delle carceri e della loro dignità, e quindi piani per il reinserimento sociale; rinnovamento della pubblica sicurezza per realizzare una cultura di pace nelle mani delle istituzioni e della popolazione. Tuttavia, per quanto il linguaggio e l’approccio siano indiscutibilmente nuovi, iniziano a sorgere i primi dubbi sulla sincerità di questi buoni propositi. Dal Plan de Paz y Seguridad[47] alla questione della Consulta alle comunità indigene in materia di megaproyectos[48], infatti, la società civile e le organizzazioni internazionali stanno avanzando, in questi giorni, una serie di preoccupazioni sul rischio di ripetere le stesse politiche, e quindi gli stessi errori, del passato. Ciò che sembra sfuggire al nuovo Governo, infatti, è di nuovo l’intrinseca relazione tra progresso neoliberale e violenza. L’attenzione ai diritti umani e la lotta all’insicurezza, pertanto, devono essere supportati da una mentalità socio-economica nuova, capace di spezzare quei vincoli di dipendenza e quelle relazioni squilibrate che sono causa ultima del malessere del paese.

 

Francesca Fortarezza è dottoressa magistrale in Scienze Internazionali (Università degli Studi di Torino) e collaboratrice del programma «America Latina» dell’IsAG. 

 

[1] EJAtlas, Nov. 2018 [https://ejatlas.org consultato il 24.11.2018].

[2]Radcliffe Sarah A., “Latin American Indigenous Geographies of Fear: Living in the shadow of racism, lack of development, and antiterror measures”, Annuals of the Association of American Geographers, 97, 2, 2007, pp. 385-397.

[3] Springer Simon, “Neoliberalising violence: of the exceptional and the exemplary in coalescing moments”, AREA, 44, 2, 2012, p. 138 [n.d.t.].

[4] Springer Simon, “Violence sits in places? Cultural practice, neoliberal rationalism, and virulent imaginative geographies”, Political geography, 30, 2011, p. 95 [n.d.t.].

[5] Le pratiche discorsive sono caratterizzate dalla demarcazione di un campo di oggetti, dalla definizione di una prospettiva legittima per un soggetto di conoscenza e dall’impostazione di norme per l’elaborazione di concetti e teorie. Tutto ciò presuppone una serie di prescrizioni che regola le esclusionie le selezioni. Una pratica discorsiva riunisce varie discipline e scienze, o ne attraversa alcune creando un groviglio di significati difficilmente districabile. Slee Roger, “The politics of integration – new sites for old practices?”, Disability, Handicap & Society, 8, 1997.

[6] Springer, 2012.

[7] Paradiso José, “Europeismo y Eurocentrismo”, Puente Europa, 5, 3/4, Nov. 2007, pp. 57-65.

[8] Weissman Deborah, “The Politics of Narrative: Law and the Representation of Mexican Criminality”, Fordham International Law Journal, 38, 141, 2015, pp. 141-204.

[9] Eclatante è il caso del petrolio. La principale fonte statunitense di questa risorsa, infatti, è il Medio Oriente, regione ormai sopraffatta dall’insicurezza e dalla violenza, a causa anche di un’aggressiva politica petrolifera, e il Messico si presenta come rifornitore d’emergenza. Ross ci ricorda che già dal 2001 l’Energy Task Force, guidata da Cheney, invitava gli Stati Uniti a diversificare le proprie fonti di petrolio e ridurre la dipendenza dal problematico Medio Oriente. Non è un caso che, nel 2013, Peña Nieto abbia creato scalpore con la Reforma Energetica che, tra le altre cose, ha privatizzato gran parte della filiera petrolifera, storicamente fonte di orgoglio per i messicani dal 1928, quando venne nazionalizzata. Cfr. Ross Michael, The Oil Curse: How Petroleum Wealth Shapes the Development of Nations, Princeton University Press, 2012.

[10] Sinembargo, “Fracking y agronegocios atacan a los campesinos e indígenas en México…pero también en todo AL”, 6 Gen. 2018 [https://www.sinembargo.mx/06-01-2018/3370637 consultato il 24.11.2015].

[11] Laurell Asa Cristina, “Three decades of neoliberalism in Mexico: the destruction of society”, International Journal of Health Services,45, 2, 2015, pp. 246-264.

[12] Morales Daniela e Watt Peter, “Narcotrafficking in Mexico: Neoliberalism and a Militarized State, Upside Down World, 17 Set. 2010 [http://upsidedownworld.org/archives/mexico/narcotrafficking-in-mexico-neoliberalism-and-a-militarized-state/consultato il 24.11.2018].

[13] Laurell, 2015.

[14] Fragile State Index 2017 [http://fundforpeace.org/fsi/ consultato il 24.11.2018].

[15] Chollet Fabrizio, “Mientras se reconoce internacionalmente, las reformas en Mexico dejan mucho que desear”, Council of Emispheric Affairs, 25 Lug. 2016 [http://livenews.co.nz/2016/07/26/mientras-se-reconoce-internacionalmente-las-reformas-en-mexico-dejan-mucho-que-desear/ consultato il 22.11.2018]; Buscaglia Edgardo, “Mexico’s Deadly Power Vacuum”, The New York Times, 30 Mag. 2013 [http://www.nytimes.com/2013/05/31/opinion/global/mexicos‐deadly‐power‐vacuum.htmlconsultato il 23.11.2018].

[16] Charret Catherine, “A Critical Application of Security Theory: Overcoming theNormative Dilemma of Writing Security”, ICIP Working Paper No. 7,Insitut Catala Internacional per la Pau, Barcelona, 2019 [http://www.recercat.net/bitstream/2072/96775/1/WP200907_ENG.pdfconsultato il 22.11.2018]; Gledhill John, Securitization and the Security of Citizens in the Crisis of Neoliberal Capitalism, Living between fear and expectation: An international conference on the production of in/security and in/equality in Latin America, Institute of Latin American Studies, Stockholm University, 2009.

[17] Charret, 2009.

[18] Chavez-Rosales Sergio A., Securitization of Narcotraffic in Mexico, Master’s Thesis, Department of International Environment and Development Studies, Noragric, 2016;Lendo Tomislav e Resina de la Fuente Jorge,  “Changing Priorities in the Political Discourse: The Different Approaches towards Anti-Crime Policies between Felipe Calderón and Enrique Peña Nieto in Mexico”, 2014; Ölfvingsson Petter, A new course or simply discourse? The security discourse strategies of Felipe Calderon Hinojosa and Enrique Peña Nieto in the Mexican war on drugs, a dissertation submitted in partial fulfilment for the degree of Bachelor’s degree in Latin American Studies and Spanish, Department of Romance Studies and Classics, Institute of Latin American Studies, Stockholms universitet, 2016; Martinez Valenzuela Cesar, “The ‘War on Drugs’ and the ‘New Strategy’: Identity constructions of the United States, U.S. drug users and Mexico”,  Mexican Law Review, 5, 2, 2012, pp. 245-275; Weissman Deborah, “The Politics of Narrative: Law and the Representation of Mexican Criminality”, Fordham International Law Journal, 38, 141, 2015, pp. 141-204.

[19] Paley Dawn, “Drug War as neoliberal Trojan Horse”, Latin American Perspectives, 30, 20, 30, 2015, pp. 1-24.

[20] Radcliffe, 2007.

[21] Laurell, 2015.

[22] Sotomayor Arturo C., “Militarization in Mexico and its implications”, Calhoun: The NPS Institutional Archive, Dudley Knox Library, 2013, pp. 42-59; Job Brian L., “The insecurity dilemma: National, regime, and state securities in the Third World”, in The insecurity dilemma: National security and Third World states, ed.  by Job B. L., Lynne Rienner, Boulder, 1992, pp. 81-93.

[23] Marcial Perez Gabriel, “México cerrará 2017 como el más violento en 20 años”, El Pais, 23 Dic. 2017 [https://elpais.com/internacional/2017/12/23/actualidad/1513997748_288693.htmlconsultato il 24.11.2018];Amnesty International, 2018 [https://www.amnesty.org/en/countries/americas/mexico/report-mexico/ consultato il 25.11.2018].

[24] Springer, 2012, p. 137.

[25] Ahmed Azam, “In Mexico, ‘It’s easy to kill a journalist’”, The New York Times, 29 Apr. 2017 [https://www.nytimes.com/2017/04/29/world/americas/veracruz-mexico-reporters-killed.htmlconsultato il 30.10.2018].

[26] Peace Brigades International, “Criminalisation of Human Rights Defenders”,PBI UK Section [https://www.peacebrigades.org/fileadmin/user_files/groups/uk/files/Publications/Crim_Report.pdf consultato il 30.11.2018]; Peace Brigades International, Annual Review 2017, 2017 [https://www.peacebrigades.org/en/publications/annual-reviews consultato il 30.11.2018]; Protection International, Criminalizacion de Defensoras y Defensores de Derechos Humanos. Categorización del fenomeno y medidas para su enfrentamiento, Bruxelles, 2015.

[27] Paley, 2015, p. 9.

[28] Ivi., p. 19.

[29] U.S. GAO (Government Accountability Office), “Plan Colombia: drug reduction goals were not fully met, but security has improved; US agencies need more detailed plans for reducing assistance”, 2008.

[30] Ibáñez Ana M. e Vélez Carlos E., “Civil conflict and forced migration: the micro determinants and welfare losses of displacement in Colombia”, World Development, 36, 2008, pp. 659–676.

[31] Rice Condoleezza, Confirmation hearing of Condoleezza Rice, 2005 [http://www.nytimes.com/2005/01/18/politics/18TEXTRICE2. html?pagewanted=22 consultato il 30.10.2018].

[32] Martinez Valenzuela, 2012.

[33] Ölfvingsson, 2016; Lendo e Resina, 2014.

[34] Sotomayor, 2013; Ryder Roberto, “America Latina: la militarización de los recursos naturales”, Nodal, 29 Gen. 2018 [https://www.nodal.am/2018/01/america-latina-la-militarizacion-los-recursos-naturales-roberto-ryder-lopez/consultato il 25.11.2018].

[35] Chérrez Cecilia et al.,Cuando tiemblan los derechos: extractivismo y criminalizacion en America Latina, Observatorio de Conflictos Mineros de America Latina (OCMAL), Quito, Nov. 2011.

[36] Chèrrez et al., 2011.

[37] Tilly Charles, “War Making and State Making as Organized Crime”, in Bringing the State Back In, ed. by Evans P. et al., Cambridge University Press, Cambridge, 1985, pp. 169-187.

[38] Merchand Marco A., “The state and energy reform in Mexico”, Problemas del Desarrollo, 46, 183, Ott.-Dic. 2015 [http://www.scielo.org.mx/pdf/prode/v46n183/0301-7036-prode-46-183-00117-en.pdf consultato il 22.11.2018].

[39] Breglia Lisa, Living with Oil, Promises, Peaks and Declines on Mexico’s Gulf Coast, University of Texas Press, Austin, 2013, p. 199.

[40] Merchand, 2015.

[41]Nodal, “México: la Comisión Nacional de DDHH advierte que la ley de seguridad ‘posibilita que se vulneren derechos y libertades básicas’”, 28 Dic. 2017 [https://www.nodal.am/2017/12/mexico-la-comision-nacional-ddhh-advierte-la-ley-seguridad-posibilita-se-vulneren-derechos-libertades-basicas/consultato il 23.11.2018].

[42] Nodal, “ONU exige no aprobar la Ley de Seguridad Interior y la ve como un ‘riesgo’ para los DDHH”, 7 Dic. 2017 [https://www.nodal.am/2017/12/la-onu-exige-no-aprobar-la-ley-de-seguridad-interior-y-la-ve-como-un-riesgo-para-los-ddhh/consultato il 23.11.2018].

[43] Ribeiro Silvia, “Mexico: el Senado aprueba ley de saqueo de biodiversidad”, Nodal, 4 Gen. 2018 [https://www.nodal.am/2018/01/mexico-senado-aprueba-ley-saqueo-biodiversidad-silvia-ribeiro/consultato il 24.11.2018].

[44] Lira Ivette, “Ley de Biodiversidad es un regalo para la mineria y el fracking, y un atentado a la ecologia, alertan”, Sinembargo, 5 Feb. 2018 [https://www.sinembargo.mx/05-02-2018/3380865consultato il 25.11.2018].

[45] Lira Ivette, “Entre Calderon y Peña, México colocó al borde de la extinción a 10 de sus especies más icónicas”, Sinembargo, 22 Apr. 2018 [https://www.sinembargo.mx/22-04-2018/3409429 consultato il 24.11.2018].

[46] Chérrez et al., 2011.

[47] Animal Político, “Haga lo correcto, pide Amnistía Internacional a AMLO sobre uso de militares en seguridad”, 21 Nov. 2018 [https://www.animalpolitico.com/2018/11/amlo-amnistia-internacional-plan-seguridad/consultato il 24.11.2018];Animal Político, “El Sabueso: Promover reformas constitucionales? Sacar el Ejército de las calles? AMLO se contradice”, 21 Nov. 2018 [https://www.animalpolitico.com/elsabueso/sabueso-amlo-ejercito-contradicciones/ consultato il 24.11.2018]; Animal Político, “Organizaciones piden a AMLO no crear Guardia Nacional; es una falsa salida a crisis de inseguridad” [https://www.animalpolitico.com/2018/11/organizaciones-amlo-guardia-nacional/consultato il 20.11.2018]; Animal Político, “Plan de AMLO contradice recomendaciones internacionales para Mexico de retirar el Ejército y fortalecer la policía civil”, 15 Nov. 2018 [https://www.animalpolitico.com/2018/11/plan-amlo-recomendaciones-onu-ejercito-policia/consultato il 24.11.2018].

[48] Animal Político, “dejen de despreciarnos: Mayas exigen la verdad sobre proyectos como el Tren que propone AMLO”, 20 Nov. 2018 [https://www.animalpolitico.com/2018/11/mayas-protesta-despojo-proyectos-desarrollo/ consultato il 24.11.2018].