Tra incudine e martello: migranti in fuga tra violenza fisica e violenza legale

da | Gen 7, 2019 | America Latina, Primo Piano

Le impressionanti immagini delle carovane di migranti centroamericani in viaggio, da metà ottobre, attraverso il Messico e dirette alla frontiera statunitense tornano a ricordarci la sistematicità di una crisi ormai globale, la cui conseguenza più manifesta è lo spostamento di masse di disperati, non più in cerca di un futuro migliore, ma semplicemente della possibilità di un futuro.

Ciò che tale fenomeno rende evidente è la complementarietà di violenza fisica e violenza legale[1] nel contemporaneo discorso migratorio; un discorso che, a prescindere dal lato dell’Oceano in cui venga rivendicato, criminalizza o, ancor peggio, «invisibilizza» centinaia di migliaia di persone in cerca di protezione internazionale. Tale discorso manifesta la propria violenza su un duplice livello: in primo luogo, negando o trascurando gli atti di violenza da cui questi individui fuggono, in secondo luogo, contrapponendo a questa fuga sistemi di «accoglienza» severi, selettivi e reticenti. La violenza cui sono sottoposti i migranti e i richiedenti asilo è multiforme e dislocata su diversi piani che si giustificano e alimentano reciprocamente. Il negare la violenza cui certe popolazioni sono esposte in maniera sistematica – spesso alimentata dall’interventismo occidentale e dall’applicazione coatta di riforme strutturali che hanno favorito lo smantellamento del sistema produttivo e politico di molti paesi del cosiddetto Terzo Mondo – serve a «legittimare» l’elaborazione e l’applicazione di politiche di controllo dell’immigrazione più restrittive. Se così non fosse, molti Governi occidentali si troverebbero nell’imbarazzante situazione di dover spiegare la propria corresponsabilità in un numero sorprendentemente alto di crisi umanitarie sparse per il globo. A loro volta, suddette politiche contribuiscono alla riproduzione senza fine di atteggiamenti aggressivi nei confronti dei migranti che, in fuga dalla violenza domestica, ricadono, arrivati a destinazione, in una spirale di vulnerabilità fisica e di invisibilità legale, la cui conseguenza più immediata è la loro segregazione all’interno delle aree grigie del tessuto socio-economico, lontano dalla legalità e dalla coscienza collettiva.

La legge gioca un ruolo fondamentale nella creazione delle identità[2], essa è infatti uno strumento potente nelle mani dei moderni Stati-nazione, capace di stabilire confini, reali o immaginari[3], tra una popolazione e l’altra[4]. «Lo Stato interviene attivamente nella produzione dello spazio, trattandolo come uno strumento politico attraverso il quale mantenere l’ordine»[5]. Ciò che è fondamentale comprendere, al di là della fuorviante sovrapposizione tra persona e cittadino intrinseca nello sviluppo dei moderni Stati-nazione, è che lo status giuridico non è qualcosa di connaturato agli individui, bensì un attributo legalmente costruito. La legalità o «a-legalità» dei migranti è il prodotto di un processo di selezione performativo e arbitrario che ammette la mobilità di certi soggetti ma non di altri. «Negli Stati Uniti, come in altri paesi di accoglienza in tutto il mondo, la violenza simbolica incorporata nella costruzione della legalità degli immigrati ha rafforzato l’associazione tra immigrazione e criminalità. A partire dalla metà degli anni ‘90 e intensificandosi dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001, ha preso forma una convergenza tra la legge sull’immigrazione e la legge penale. Usando questa convergenza come punto di partenza, il concetto di ‘violenza legale’ ci consente di scoprire la sofferenza sociale che l’implementazione di un sistema giuridico distribuito in modo ‘asimmetrico’ ha per gli immigrati (e le loro famiglie)»[6]. Forme di violenza, strutturale e simbolica, hanno modellato le vite degli immigrati centroamericani nei loro paesi d’origine e negli Stati Uniti. Sul lato ricevente, il governo USA ha risposto con azioni legali che hanno indotto migliaia di Guatemaltechi, Honduregni e Salvadoregni a una vita di irregolarità e precarietà. Invece di favorire la sicurezza nazionale e internazionale, la sempre più massiccia militarizzazione della frontiera ha posto le condizioni per il consolidamento del mercato della tratta, incidendo sull’insicurezza non solo dei migranti ma anche delle popolazioni residenti lungo la rotta migratoria. 

Per comprendere le migrazioni contemporanee, infine, è necessario cogliere l’intrinseca correlazione tra neoliberalismo e violenza[7]. Il malessere socio-economico sperimentato, in misure diverse, da una percentuale sempre più consistente della popolazione mondiale è visceralmente connesso a una crescente insicurezza civile e geopolitica. Le migrazioni di massa sono il sintomo più manifesto di una crisi a 360 gradi, figlia di una mentalità capitalista indifferente al degrado umano e ambientale, politico e culturale, di cui è stata promotrice. Tra le tendenze più manifeste degli ultimi anni vi è stata la «banalizzazione» del fenomeno migratorio e l’arbitraria semplificazione del linguaggio utilizzato per descriverlo. Le guerre aumentano e la criminalità cresce, e la teatralità di questa violenza esplicita offusca il contesto, confonde le responsabilità e dimentica le cause. Affrontare seriamente le migrazioni, oggi più che mai, richiede la capacità di individuare i sistemi della violenza e decostruirli, tanto nei paesi d’origine quanto in quelli di transito e d’arrivo, e la volontà di affrontare questa crisi, come le altre, in maniera onesta, collaborativa e nel rispetto dei diritti umani.

Il caso centroamericano: l’eccezionalità che conferma la regola

Il fenomeno migratorio in Centro America offre un interessante pretesto per questa riflessione, in quanto esempio lampante della continuità tra interventismo economico-politico statunitense – ma non solo – e aumento dell’insicurezza nella regione centroamericana. Per quanto eccezionale possa sembrare, le carovane degli ultimi mesi non ci devono sorprendere: tutti gli elementi necessari per comprenderne l’origine e gli sviluppi sono scritti, a chiare lettere, nella storia, moderna e contemporanea, della regione. L’eccezionalità di questa situazione non risiede nella quantità delle persone in fuga, bensì nella qualità della modalità scelta per emigrare, quella appunto della carovana. I dati dell’UNHCR parlano chiaro: circa 500.000 irregolari attraversano ogni anno il Messico[8], la maggior parte di esse provenienti da Guatemala, Honduras ed El Salvador, che insieme costituiscono una delle regioni più violente e pericolose del mondo, il cosiddetto Triángulo Norte de Centro América. Se si considera quindi che le cinque carovane che hanno fatto scalpore tra metà ottobre e metà novembre 2018 «trasportavano» circa 10/15.000 persone – per lo più Honduregni e Salvadoregni – risulta subito evidente come non si tratti di un’emergenza in quanto tale, ma piuttosto della naturale continuazione di un fenomeno decennale. La novità consiste nell’organizzazione interna che questi gruppi si sono dati, questa sì sorprendentemente strategica. Proprio interrogandosi su questa scelta, è possibile ripercorrere a ritroso la storia delle migrazioni centroamericane, le loro cause e trasformazioni, ma soprattutto le risposte politiche offerte a tale crisi. Perché questi migranti hanno scelto la formula della carovana? Presumibilmente, la risposta è duplice e ci conduce ai due nodi fondamentali della questione, quello della violenza fisica e quello della violenza legale, simbolicamente collocati ai due lati delle frontiere messicane, a Sud verso il Triángulo Norte e a Nord verso gli Stati Uniti. Muoversi in gruppi ampi e compatti, in primo luogo, riduce il rischio di aggressioni durante il cammino e, in secondo luogo, richiama l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale. L’obiettivo è quindi quello di uscire dall’oscurità, di sfidare l’invisibilità, umana e giuridica, in cui sono intrappolati i migranti contemporanei.

A dispetto di quanto ripetuto da anni dal governo statunitense, i centroamericani sono ben coscienti dei rischi fisici e delle difficoltà legali che comporta il viaggio verso Nord, eppure, imperterriti, continuano a fuggire. Nonostante i forti contrasti tra stile e sostanza dell’attuale amministrazione Trump e gli otto anni di presidenza Obama, è emersa un’interessante continuità nel modo di approcciarsi ai centroamericani in fuga[9]. In entrambi i casi si è tentato di dissuadere i futuri migranti mettendo in luce l’estrema pericolosità e frequente inutilità di un viaggio destinato a non garantire alcun tipo di effettiva protezione, e ancor meno il riconoscimento di asilo. L’approccio adottato dagli Stati Uniti, reticente nell’identificare le cause e ambiguo nell’offrire risposte, ha già dimostrato la propria inconsistenza e inefficacia. I push factors che motivano quest’emigrazione, infatti, sono ben più urgenti e drammatici del viaggio stesso e dell’eventuale rifiuto una volta giunti nel paese d’arrivo. Come risulterà più chiaro nel corso dell’articolo, alla base di queste dinamiche di deterrenza vi era, e vi è, la necessità di preservare la credibilità di certi poteri egemonici e di una serie di azioni da essi perpetrate nel corso dell’ultimo secolo. 

La fuga dalla violenza…

La realtà centroamericana è costituita da una scacchiera di piccoli Stati, fragili nelle proprie istituzioni e incapaci di affrontare e disarticolare le reti criminali e il regime di terrore da essi imposto nella regione. Le pandillas– le più note e influenti sono la Mara Salvatrucha (MS13) e il Barrio 18 (M18) – sono paragonabili, per funzionamento interno e finalità, ai narcos messicani. In tutti questi paesi, l’assenza di governi «efficienti» ha permesso la diffusione orizzontale e verticale della criminalità, e ha trasformato il suolo pubblico in palcoscenico di atroci contese per il controllo territoriale. D’altra parte, così come il fenomeno dei narcos messicani non è sorto dal nulla o per cause «congenite», anche le maras sono in realtà figlie di un sistema istituzionale corrotto e schizofrenico, che ha consolidato la propria fragilità grazie a politiche economiche e di sicurezza decisamente sbilanciate a favore degli interessi statunitensi.  Le maras nascono, non a caso negli Stati Uniti, a Los Angeles, e non in Centro America. I loro membri fondatori provenivano dalle carceri USA, dove si erano create le prime reti. A partire dagli anni Ottanta, è iniziata un’operazione di deportazione di questi nuclei criminali, re-inseriti forzosamente nel precario contesto centroamericano[10], già profondamente destabilizzato da lunghe guerre civili e frequenti colpi di Stato[11]. L’incapacità dei governi della regione di guidare la ripresa economica e ricreare il tessuto sociale ha reso pressoché impossibile l’integrazione dei returnees, spingendo loro e molti altri a trovare la sopravvivenza nell’illegalità. Le operazioni antidroga finanziate dagli USA in Colombia (2000) e in Messico (2006) hanno aggravato ulteriormente la situazione. L’irruzione militare e politica negli affari del narcotraffico, che ovviamente ha sortito ben pochi risultati in termini di sicurezza regionale, non ha fatto altro che spostare le rotte dell’economia illegale verso l’America Centrale. Nell’arco di appena cinque anni, i carichi di cocaina in transito attraverso il Centro America sono aumentati dal 23% all’84% (Archibold and Cave 2011). Inevitabilmente, questo «scivolamento» dei corridoi del narcotraffico verso i paesi a Sud del Messico si è accompagnato ad un aumento esponenziale della violenza. L’instabilità politica generata dal colpo di stato del 2009 in Honduras, infine, ha creato ulteriori opportunità per i narcotrafficanti, che hanno sapientemente approfittato della sempre maggiore debolezza statale[12].

Il quadro legislativo in materia di asilo adottato da diversi Stati della regione sembra prendere atto di questo stato di cose. Esempio ne è la Dichiarazione di Cartagena sui rifugiati (1984) che fu pensata come integrazione alla Convenzione di Ginevra (1951) e al suo Protocollo (1967) – già firmati dai governi centro e nordamericani. Elaborata da politici e intellettuali messicani e panamensi, la Dichiarazione estende la definizione di rifugiato a coloro i quali fuggono dal loro paese «perché la loro vita, la loro sicurezza o la loro libertà è minacciata da violenze generalizzate, un’aggressione straniera, un conflitto interno, massicce violazioni dei diritti umani o altre gravi turbative dell’ordine pubblico»[13]. Seppur non giuridicamente vincolante, tale atto legale ha un enorme valore simbolico in quanto riconosce la peculiarità del contesto centroamericano. In linea con questi provvedimenti si era espressa anche l’Agenzia ONU per i rifugiati (UNHCR), dichiarando le minacce, e le conseguenze dirette o indirette, di tali modelli di violenza motivi ben fondati per il timore di persecuzioni e presupposti legittimi per il riconoscimento dello status di rifugiato o l’applicazione del principio di non-refoulment.

Si diceva, d’altra parte, che le maras sono a loro volta il risultato di un processo ben più imponente. Già dai tempi di Roosevelt, gli Stati Uniti si assunsero il diritto di esercitare un «potere di polizia internazionale» in America Latina. Questo atteggiamento interventista e invasivo, arrivato al suo apice con l’Amministrazione Reagan, ha inesorabilmente condizionato lo sviluppo politico ed economico di questi paesi, riducendoli, nell’immaginario collettivo, a backyards degli USA[14].Per oltre un secolo, la regione centroamericana ha attirato l’interesse degli investitori stranieri, allettati dalla ricchezza dei suoi territori e preoccupati per la sua posizione geopolitica, cruciale per il mantenimento di un asse anti-comunista. In un Memorandum del Sottosegretario di Stato del gennaio 1927[15], Robert Olds dichiarò che gli Stati Uniti controllavano i destini dell’America Centrale e lo facevano perché l’interesse nazionale statunitense imponeva assolutamente tale corso[16]. Col pretesto del comunismo prima e del terrorismo poi, gli Stati Uniti hanno sistematicamente fatto irruzione – politicamente e militarmente – negli affari del Triángulo Norte. Ovviamente, il pretesto ideologico era in realtà veicolo di interessi di altro genere, prettamente utilitaristici. Il caso più eclatante è quello che coinvolge la United Fruit Company (ora Chiquita Banana), che già dalla fine dell’Ottocento, ha portato investimenti, ma soprattutto disordini, nella regione. Che la questione non fosse meramente ideologica, peraltro, lo dimostra il fatto che, in qualsiasi momento i leader centroamericani cercassero di ridurre la povertà, ridistribuire le terre o tassare le società straniere, la CIA, spesso ricorrendo al dispiegamento delle forze armate, ha operato per rimuovere tali funzionari e installare nuovi presidenti, più «rispettosi» e suscettibili agli interessi degli Stati Uniti. Questo è accaduto nel 1909, con la rimozione di José Santos Zelaya in Nicaragua, e ancora nel 1954, quando la stessa sorte è toccata a Jacobo Arbenz in Guatemala. Più recentemente, nel 2009, gli Stati Uniti hanno tacitamente appoggiato il colpo di Stato contro Manuel Zelaya, presidente democraticamente eletto in Honduras. In ciascuno di questi casi, i centroamericani ne hanno pagato le conseguenze in termini di destabilizzazione politica, sociale ed economica, con conseguenze terribili per le popolazioni più vulnerabili – prime tra tutte quelle indigene[17]. Forte del proprio ruolo diplomatico ed economico, e della propria posizione all’interno del Fondo Monetario Internazionale, il governo USA ha potuto veicolare l’introduzione e l’applicazione di riforme strutturali necessarie allo sviluppo neoliberista – privatizzazione, deregolamentazione e riduzione dei programmi di welfare – facendo leva sulla dipendenza finanziaria dei paesi della regione. Culmine di questo processo è stata l’introduzione, nel 2006, del Dominican Republic-Central American Free Trade Agreement. Il CAFTA-DR ha ristrutturato l’economia della regione e garantito la dipendenza economica dagli Stati Uniti attraverso enormi squilibri commerciali e l’afflusso di prodotti agricoli e industriali che hanno indebolito il sistema produttivo. La violenta trasformazione del tessuto socio-economico ha generato tassi di disoccupazione molto elevati, soprattutto tra i giovani, i quali sono diventati preda facile delle gang, capaci di offrire loro guadagni altrimenti impensabili. Si instaura così un meccanismo paradossale, per cui quelle riforme imposte col pretesto dello sviluppo regionale finiscono non solo per distruggere il sistema produttivo di questi paesi, ma addirittura per incanalare la forza lavoro nei ranghi della criminalità, unica vera beneficiaria, sul piano locale, delle riforme neoliberali.

La risposta a tale deriva è stata, di nuovo, inadeguata. Gli Stati Uniti hanno iniziato a fornire finanziamenti in sostegno di una pretestuosa «guerra al narco» attraverso un’iniziativa di sicurezza regionale decisamente inefficace, il Central America Regional Security Initiative(CARSI, 2008). L’implementazione congiunta di CARSI e CAFTA ha finito per spingere ancora più giovani verso le maras, divenute l’unica opzione per la sopravvivenza, e di fatto alimentando i già numerosi fattori di emigrazione[18]. Tutto ciò è avvenuto in Stati ormai privi di presa istituzionale sui propri territori e sulle proprie popolazioni. Corruzione e impunità dettano legge in Centro America, dove quasi la totalità degli omicidi non produce conseguenze per i responsabili. In Honduras ed in El Salvador sono stati scoperti numerosi legami finanziari tra MS13 e alti funzionari governativi, i quali proteggono le organizzazioni criminali in cambio di sostegno economico e politico nei barrios controllati dalle gang. Queste relazioni illecite hanno ostacolato la maggior parte degli sforzi per costruire quelle istituzioni di giustizia necessarie al sostentamento di una società democratica. A corollario di ciò, le forze armate regolari hanno perso credibilità e autorità, aprendo i propri ranghi alla criminalità organizzata e rinunciando al proprio ruolo di garanti della sicurezza.

Per decenni, quindi, le politiche statunitensi hanno indebolito la democrazia e la stabilità nella regione, creando le premesse per l’attuale crisi migratoria[19]. Nonostante l’evidenza, però, gli Stati Uniti hanno continuato a rifiutare le proprie responsabilità[20] e, di conseguenza, a rispondere inadeguatamente a tale crisi. La pretesa dei governi statunitensi di «dissuadere» i migranti con la paura si dimostra, nel migliore dei casi, naïve. I risultati presentati da Menjivar (2012) sollevano diversi interrogativi sull’efficacia di tali sforzi: né la detenzione e la deportazione degli attuali migranti né la grande visibilità data a questi procedimenti può scoraggiare una fuga basata su questioni di vita o di morte. Leggiamo da una relazione del 2017 di Medici Senza Frontiere: «La violenza subita dalle persone nel NTCA è paragonabile all’esperienza nelle zone di guerra dove MSF è presente da decenni […]. Le prove raccolte da MSF sottolineano la necessità di capire che la storia della migrazione dal NTCA non riguarda solo la migrazione economica, ma una più ampia crisi umanitaria»[21]. Con 60 omicidi ogni 100.000 persone nel 2017, El Salvador è stato il paese più «mortale» del mondo, tra quelli non in guerra. Circa 4.000 persone sono state uccise nel 2017. Il tasso di omicidi in Honduras è calato notevolmente negli ultimi anni, ma con 42,8 omicidi ogni 100.000 persone nel 2017 è ancora uno dei luoghi più pericolosi del mondo.

…e il ritorno alla violenza

Questo il contesto al di qua della «frontiera», all’origine del viaggio verso Nord. Ma cosa attende questi migranti una volta arrivati a destinazione, alle porte del paese d’arrivo? La crisi dei rifugiati centroamericani è stata strumentalmente politicizzata dai governi nordamericani, che hanno così acuito la condizione di precarietà di questi richiedenti asilo. Maria Cristina Garcia (2006) spiega come, invece di elaborare una risposta regionale capace di gestire ed eventualmente ricollocare i rifugiati in maniera coordinata, ogni governo d’accoglienza abbia reagito alla crisi sulla base dei propri interessi statali[22]. Emblematico è il caso statunitense, la cui politica migratoria ha mantenuto, nel corso delle generazioni, un atteggiamento rigido e selettivo. Da Reagan a Bush, i governi USA si sono sempre rifiutati di considerare i migranti in arrivo via terra[23]come meritevoli di protezione internazionale. Ammettere il contrario avrebbe implicato la corresponsabilità degli Stati Uniti nelle stragi perpetrate dai regimi centroamericani, beneficiari di consistenti «aiuti» finanziari e, quindi, avrebbe compromesso le alleanze regionali e la credibilità statunitense[24].

La legge migratoria statunitense si adegua alla Convenzione di Ginevra del 1951, ma non tiene in considerazione i cambiamenti contestuali avvenuti nel Triángulo Norte negli ultimi decenni. Ignora quindi una serie di raccomandazioni formulate dall’UNHCR e da meccanismi regionali quali la Convenzione interamericana sulla tortura o la Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale. Secondo la procedura esistente, è estremamente difficile per coloro che fuggono dalla violenza del NCTA ottenere asilo negli Stati Uniti. A dispetto degli ammirevoli discorsi sfornati dalla sua Amministrazione, Obama ha in realtà avviato un processo accelerato di rimozione per quegli individui che non passavano le credible fear interviews, al contempo promuovendo una campagna mediatica in America Centrale progettata per sfatare la speranza del permesso ed evidenziando i pericoli della migrazione e la bassa probabilità di successo[25]. L’Amministrazione Trump, poi, ha definitivamente sdoganato politiche migratorie razziste e xenofobe, ponendosi in netto contrasto con le norme internazionali. Al di là delle sfacciate dichiarazioni e del grottesco schieramento dell’esercito alla frontiera Sud, il governo di Trump ha lavorato a una vera e propria ristrutturazione dell’apparato legislativo con l’obiettivo di smantellare il sistema di asilo attraverso politiche e pratiche che includono respingimenti illegali di massa, la separazione di migliaia di famiglie e la definizione di criteri sempre più limitanti per il riconoscimento d’asilo.

Una delle nazionalità che maggiormente ha risentito di queste politiche schizofreniche è stata quella salavadoregna. El Salvador è il paese più piccolo del Centro America, eppure il più densamente popolato. L’identità di questo Stato si è tristemente modellata su una serie di contingenze storiche problematiche: un’economia che ristagna da generazioni, il susseguirsi di disastri naturali e la crescita pervasiva dei livelli di violenza fisica, strutturale e simbolica. L’attuale congiuntura, si è visto, è in parte il risultato del coinvolgimento degli Stati Uniti nella regione e delle conseguenti politiche di immigrazione. Ovviamente tutto ciò non sarebbe stato possibile senza la «partecipazione» dei governi salvadoregni, sistematicamente incapaci di affrontare i problemi sociali del proprio paese.

Ad oggi, i Salvadoregni costituiscono il secondo gruppo di stranieri negli Stati Uniti, secondi solo ai Messicani. Nonostante l’indiscutibile relazione tra politiche statunitensi e pattern migratori nella regione, le Amministrazioni USA hanno sfacciatamente rifiutato le proprie responsabilità, riflettendo tale impunità in un sistema di leggi fallimentare nel garantire protezione internazionale a soggetti in fuga da una delle peggiori crisi umanitarie del nostro tempo. Fin dagli anni Ottanta, quando «addirittura» era la guerra civile a motivare l’emigrazione, il tasso di riconoscimento dello status di rifugiato per i Salvadoregni è stato bassissimo. A causa del pesante coinvolgimento degli Stati Uniti nel conflitto, l’Amministrazione USA era riluttante ad estendere la protezione a questi richiedenti, posizione che avrebbe infatti creato un certo «imbarazzo», data la natura della politica estera nazionale. Sotto la pressione della società civile e di alcune comunità religiose, che protestavano da anni contro le politiche di asilo statunitensi, il governo incluse una disposizione alla legge sull’immigrazione del 1990, riconoscendo così la situazione delle persone in cerca di protezione da conflitti e calamità naturali. Senza contraddire la politica in materia di asilo, il Temporary Protected Status (TPS) consentiva ai cittadini stranieri di determinati paesi di vivere e lavorare negli Stati Uniti. I Salvadoregni ne furono i principali beneficiari. Tale provvedimento, in ogni caso, non garantiva un diritto di residenza permanente e nemmeno il riconoscimento dello status di rifugiato. Il TPS venne interrotto nel 1992 e poi riattivato nel 2001, in seguito ai due terremoti che colpirono El Salvador. Dopo essere stato rinnovato per nove volte, l’Amministrazione Trump ne ha nuovamente annunciato l’interruzione entro settembre 2019. Al di là delle immediate e drammatiche conseguenze che ciò avrà su individui e famiglie che risiedono ormai negli Stati Uniti da vent’anni o più, tale scelta si dimostra poco strategica. Molti dei Salvadoregni residenti negli Stati Uniti finiranno per «preferire» l’illegalità negli USA piuttosto che un ritorno legale nel loro paese d’origine. Ciò avrà ovviamente pesanti impatti sulla sicurezza e sull’economia, riducendo inoltre drasticamente le rimesse che hanno sostentato le famiglie salvadoregne per decenni. Ancor peggio, la deportazione massiva in un contesto estremamente fragile come quello de El Salvador attuale non farà altro che innescare un circolo vizioso: i returnees, ormai stranieri nel loro paese d’origine, si troveranno a dover affrontare, da un lato, i rischi della violenza criminale, con alte probabilità di subire aggressioni o essere uccisi, dall’altro, un’economia stagnante e de-istituzionalizzata, la cui povertà spingerà molti a scegliere la strada dell’irregolarità o, peggio, dell’illegalità, trasformandosi quindi da vittime in carnefici. Inutile dire che l’innesco di tali dinamiche non fa che stimolare ulteriormente l’emigrazione, dimostrandosi pertanto svantaggioso anche per i sostenitori delle politiche più nazionaliste. 

A ciò si aggiunga la decisione del Dipartimento di Giustizia che, sotto la direzione del Procuratore Generale Jeff Sessions, ha recentemente stabilito che la violenza domestica e di gruppo non costituisce più un motivo per il riconoscimento dello status di rifugiato, rendendo quindi ancora più difficile per molti centroamericani ottenere protezione negli Stati Uniti.

I migranti dei nostri giorni sono dei rifugiati, se non per «ragioni di razza, religione, cittadinanza, appartenenza a un determinato gruppo sociale o per opinioni politiche»[26], per la reticenza e l’indifferenza delle istituzioni che dovrebbero farsi carico della loro protezione, sociale, civile e politica, e non lo fanno. Sono rifugiati perché i governi dei loro paesi hanno rinunciato alla loro sicurezza,«non-conveniente»in termini di Sviluppo neoliberista, ed essi si trovano quindi a non potere o non volere «domandare la protezione di detto Stato»[27]. Limitarsi a un’interpretazione «stretta»della definizione di rifugiato, incapace di adattarsi alle contingenze storiche e alle trasformazioni globali, rischia di rendere sempre più macchinoso e complesso il processo migratorio, tanto per chi fugge – maggiormente esposto all’irregolarità e alla discrezionalità degli attori non-statali – quanto per chi «accoglie»– zavorrato da sistemi legislativi incapaci di rispondere alle circostanze e alle urgenze dell’attualità. Questa riflessione si colloca pertanto all’interno di un più ampio invito a ripensare il linguaggio e gli strumenti utilizzati per comprendere e rispondere a un fenomeno non più marginalizzabile ai lati della coscienza collettiva, e quindi ad assumersi la responsabilità di queste mobilitazioni di massa attraverso la riscoperta delle cause e delle premesse che ne hanno determinato l’insorgere.

Il Messico tra due fuochi.

Che ruolo gioca in tutto ciò il Messico? Canale obbligatorio di passaggio per i centroamericani in fuga, è insieme paese di emigrazione, di transito e, negli ultimi tempi, d’immigrazione. Per anni, il governo messicano ha sfruttato la propria posizione di paese di transito come giustificazione per la propria negligenza in materia di politiche migratorie. La noncuranza messicana, d’altra parte, ha favorito l’arrivo di un numero sempre maggiore di migranti alla frontiera Nord, inducendo gli Stati Uniti a intervenire in difesa dei propri confini. Alla fine degli anni Ottanta, gli Stati Uniti pressarono attivamente il Messico affinché aumentassero i controlli al confine meridionale e si intensificassero le deportazioni di centroamericani – erano gli anni dei primi accordi commerciali tra i due paesi, coronamento dei quali fu il NAFTA[28]. Come allora, i rapporti tra Stati Uniti e Messico sono oggi particolarmente delicati. L’Amministrazione Trump, che non ha mai nascosto i propri sentimenti e le proprie intenzioni nei confronti dei migranti messicani, usa la carta della migrazione come veicolo per una serie di aggiustamenti tra le politiche dei due paesi. Poche settimane fa si è conclusa la rinegoziazione del NAFTA, dalle cui ceneri è emerso l’USMCA, e di nuovo il Messico si trova a dover procedere con cautela, per evitare ripercussioni negative quali, ad esempio, la chiusura della frontiera, dalla cui porosità dipende il benessere degli Stati settentrionali. Ciò spiega perché AMLO non abbia solo accettato di tenere sul proprio territorio le carovane degli ultimi mesi, ma sia pure in trattativa con le autorità statunitensi per fare altrettanto con tutti i richiedenti asilo che bussino alle porte degli USA passando per il suolo messicano. Ciò rientra nella logica del nuovo Proyecto de Nación, che punta alla creazione di posti di lavoro come strategia di lotta all’insicurezza e alla criminalità. Si tratta di un progetto ambizioso, date le proporzioni dell’economia illegale e irregolare nel paese, e ancor più ambizioso sarà includere i migranti centroamericani. In queste settimane, Guatemala, El Salvador, Honduras e Messico stanno discutendo un Plan de Desarrollo Integral che promuova lo sviluppo e le opportunità della regione, contribuendo alla prevenzione del fenomeno migratorio e all’attacco alle sue cause strutturali. Incastrato tra due fuochi – la violenza centroamericana e il muro legale statunitense – il Messico non è però in condizioni, in questo momento, di gestire anche le migrazioni altrui. Trump sta spingendo per un third country agreement, pretendendo di ignorare il fatto che il Messico è un paese affetto, a sua volta, da una grave crisi umanitaria e che quindi, secondo le norme internazionali, non può essere considerato un safe third country.

Francesca Fortarezza è dottoressa magistrale in Scienze Internazionali (Università degli Studi di Torino) e collaboratrice del programma «America Latina» dell’IsAG. 

Note

[1] Menjívar C. e Abrego L. J., “Legal Violence: Immigration Law and the Lives of Central American immigrants”, American Journal of Sociology, 117(5), Mar. 2012, pp. 1380-1421.

[2] Basaran T., “Security, Law, Borders: Spaces of Exclusion”, International Political Sociology, 2, 2008, pp. 339-354.

[3] Anderson B., “Imagined Communities. Reflections on the Origin and Spread of Nationalism”, Verso, London, 1983.

[4] Basaran, 2008.

[5] Butler C., “Critical Legal Studies and the Politics of Space”, Social Legal Studies, Sept. 2009, 18, 3, p. 326.

[6] Menjivar, 2012, p. 1414.

[7] Springer S., “Neoliberalising violence: of the exceptional and the exemplary in coalescing moments”, AREA, 44, 2, 2012, pp. 136-143.

[8] UNHCR MEXICO FACTSHEET. February 2017. Last visited 18 April 2017. Data compiled by UNHCR based on SEGOB and INM official sources. 

[9] Menjivar, 2012.

[10] Hiskey J. T. et al., “Leaving the Devil You Know: Crime Victimization, US Deterrence Policy, and the Emigration Decision in Central America”, Latin American Research Review, 53(3), 2018, pp. 429-447.

[11]Hiskey et al., 2018.

[12] Gagne D., “InSight Crime’s 2016 Homicide Round-up”, InSight Crime, 2016 [https://www.insightcrime.org/news/analysis/insight-crime-2016-homicide-round-up/].

[13] Regional Refugee Instruments & Related, Cartagena Declaration on Refugees, Colloquium on the International Protection of Refugees in Central America, Mexico and Panama, 22 Nov. 1984 [https://www.refworld.org/docid/3ae6b36ec.html].

[14] Tseng-Putterman M., “”A Century of US Intervention created the Immigration Crisis”, Medium, 20 Giu. 2018 [https://medium.com/s/story/timeline-us-intervention-central-america-a9bea9ebc148].

[15] Confidential Memorandum by Under Secretary of State Robert Olds, January 2, 1927, National Archives, Record Group 59, Document 817.00/4456.

[16] Abrego L., “Intervention and Displacement. How US involvement in Central America pushes children and families to migrate”, Standford University Press Blog, 12 Ago. 2014 [https://stanfordpress.typepad.com/blog/2014/08/migration-from-central-america.html].

[17] Abrego, 2014.

[18] Abrego, 2014.

[19] Garcia M. C., Seeking Refuge. Central American Migrationto Mexico, the United States and Canada, University of California Press, 2006.

[20] Tseng-Putterman, 2018.

[21] UNODC, Global Study on Homicide 2013: Trends, Contexts, Data, 10 April 2014, https://www.unodc.org/documents/gsh/pdfs/2014_ GLOBAL_HOMICIDE_BOOK_web.pdf

[22] Garcia, 2006.

[23] Questione cubana.

[24] Garcia, 2006.

[25] Hiskey et al., 2018.

[26] International Committee of the Red Cross (ICRC), Geneva Convention Relative to the Protection of Civilian Persons in Time of War (Fourth Geneva Convention), 12 August 1949, 75 UNTS 287, available at: https://www.refworld.org/docid/3ae6b36d2.html [accessed 27 December 2018].

[27] International Committee of the Red Cross (ICRC), Geneva Convention Relative to the Protection of Civilian Persons in Time of War (Fourth Geneva Convention), 12 August 1949, 75 UNTS 287, available at: https://www.refworld.org/docid/3ae6b36d2.html [accessed 27 December 2018].

[28] Garcia, 2006.